Gli stimoli che provengono dalle missioni rischiano a volte di farci innalzare una specie di barriera: i preconcetti, la poca conoscenza, il timore di ciò che è ignoto, la paura della sofferenza altrui, l’ansia nei confronti della povertà che ci costringe a mettere a nudo la nostra anima spesso impegnata in problemi superflui e inutilità. Così preferiamo creare una sorta di rete, una chiusura che ci tenga lontani da tale realtà e ci protegga.
Eppure basta scorrere le pagine del calendario per comprendere che ciascuna delle persone incontrate in missione ha una sua particolare storia, qualcosa da raccontare. Storie udite dalla testimonianza dei diretti interessati, riportate dai frati cappuccini che quotidianamente vivono con queste persone, oppure trapelate da uno sguardo, da un semplice gesto, dall’espressione di un volto.
La vita, non dimentichiamolo, a volte è fatta anche di piccole cose, non per questo meno preziose. Tuttavia a numerose persone non è data la possibilità di poter narrare la propria esperienza, seppure degna di essere conosciuta, sia essa di dolore, di sofferenza, di rinuncia o di povertà.
Il ruolo di chi fotografa o scrive è puramente strumentale: si diventa i tramiti ed i portavoce di chi non avrebbe il modo di farsi conoscere direttamente e di tutte quelle piccole storie che andrebbero irrimediabilmente perdute. Il nostro dovere è quello di entrare in punta di piedi dopo esserci ripuliti dalla presunzione di capire un mondo lontano che, solo in apparenza, può sembrare più semplice da comprendere, ma neppure con l’ambizione di poter giudicare o di dover, per forza, mutare le cose. Il desiderio e il coraggio di ascoltarla potrebbero semplicemente renderci un po’ più ricchi lasciandoci dentro molto più di quanto noi potremmo offrire.
Ti invitiamo, invece, ad osservare con occhio curioso e ad ascoltare a cuore aperto le storie racchiuse in queste pagine per trattenere ciò che di più bello ti possono dire o ciò che di più bello possono comunicare. In questo modo sarà più facile comprendere come anche le piccole vicende sono in grado di diventare così importanti… Come il bambino in copertina che sembra non chiedere altro se non un po’ di attenzione; un tacito desiderio di farsi ascoltare anche se in apparenza sembrerebbe non voler parlare: “Stava giocando con i suoi amici nel piccolo campetto da calcio della Parrocchia di Bamenda” ricorda Elena “ho fatto una serie di rapidi scatti. Quando si è reso conto che gli stavo facendo delle fotografie è fuggito via.”

Forse non sapremo più nulla del suo destino, non conosciamo neppure il suo nome; eppure i suoi occhi intensi e scuri che ci osservano sembrano dire: “ho anch’io la mia piccola storia da raccontare!”.
Il mistero e la bellezza della vita risiedono anche qui.
Alberto Cipelli

 

 

 

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