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Fratelli e sorelle,

in questo momento storico, nel quale è in atto un importante processo di riunificazione dell'Europa, la Chiesa osserva con sguardo pieno di amore questo continente. Accanto a tante luci non mancano alcune ombre. A un certo smarrimento della memoria cristiana si accompagna una sorta di paura nell'affrontare il futuro.

La Chiesa, la nostra famiglia spirituale, è depositaria del Vangelo: questa cultura, questo patrimonio non può essere disperso. Anzi, la nuova Europa va aiutata a costruire se stessa rivitalizzando le radici cristiane che l'hanno originata.

Negli anni 50 faceva una profonda impressione leggere libri-inchiesta dal titolo "France, pays de mission". Oggi parliamo sempre più di radici cristiane, di una presenza di cattolici adulti nella fede e di comunità cristiane minoritarie, ma missionarie che testimoniano l'amore di Dio a tutti. Secondo i voti di papa Benedetto, la Chiesa deve essere viva, giovane, sempre più trasparente al Vangelo: un luogo dove crescono la comunione e l'unità, così che il volto di Cristo risplenda nel suo pieno fulgore per la pace e la gioia di ogni abitante della terra.

Ieri come oggi, resta il programma di ripartire da Cristo, fonte inesauribile di novità: il vero Samaritano e terapeuta dell'anima e del corpo. Ripartire da Cristo, professato quale figlio unigenito del Padre, come perfetto rivelatore delle verità di Dio, come definitivo salvatore del mondo, Cristo celebrato nei sacramenti, Cristo ascoltato e seguito nell'obbedienza ai suoi comandamenti, Cristo imitato nella preghiera come modello e maestro del nostro atteggiamento nei confronti del Padre.

In questo terzo millennio nello slancio di una preevangelizzazione e rievangelizzazione, di una educazione alla fede, inculturazione del messaggio, iniziazione cristiana, chiamiamola pure con il nome venerando "catecumenato", che deve caratterizzare ogni comunità ecclesiale e ogni credente in Cristo a qualunque età e nazione appartenga, quali sono gli elementi essenziali e fondamentali?

Eccoli (per tutti, credenti e non): siamo figli, fratelli, ospiti.

Per una società sul modello di Dio, noi ci riconosceremo così. Tutti figli, tutti fratelli, tutti ospiti e pellegrini.

Tutti figli

"Dio si rivela ad Israele come colui che ha un amore più forte di quello di un padre o di una madre o di uno sposo per la sua sposa. Egli in se stesso è Amore che si dona completamente e gratuitamente e che ha mandato suo Figlio come redentore e salvatore degli uomini caduti nel peccato, convocandoli nella sua Chiesa e rendendoli figli adottivi per opera dello Spirito Santo ed eredi della sua eterna beatitudine" (Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica, n. 42). Siamo tutti figli di un unico Padre, chiamati a non contendersi il primato della primogenitura. II Signore, infatti, ci ha creati tutti con la medesima dignità davanti a lui e gli stessi diritti e doveri tra di noi. Se siamo tutti figli dobbiamo tutti metterci sullo stesso piano; e soprattutto, tutti rispondere a Dio del nostro operato, perché lui solo è il Padre che ha il diritto di giudicare, il potere di decidere del nostro futuro.

"In lui, misericordia e verità si incontrano, giustizia e pace si abbracciano. Sulla via dei suoi passi sta la salvezza per ogni uomo".

Tutti fratelli

Se siamo tutti figli, allora tra di noi risultiamo fratelli. I rapporti che ci legano gli uni agli altri devono essere improntati a quegli atteggiamenti di collaborazione e di sostegno reciproco che legano i membri di una medesima famiglia. L'imperativo che ci si impone è quello della pace che è un processo dinamico e partecipativo che va continuamente costruito sulle basi della giustizia, del rispetto dei diritti e della misericordia, dell'amore dovuto ad ogni uomo, perché uomo.

La fraternità che anima i figli della Chiesa ispira così le condizioni per l'incontro degli uomini con i loro fratelli su scala più vasta che si possa concepire e li aiuta a superare le divergenze di interesse fra le classi, tra le nazioni, tra le razze.

Tutti ospiti

Se siamo figli e fratelli, siamo però anche ospiti del giardino terra che il Signore ci ha affidato. Per questo, dobbiamo sentirci tutti ugualmente responsabili delle risorse del creato e dobbiamo tutti partecipare allo stesso modo (il detto paolino fiat aequalitas), perché nessuno è proprietario del mondo e dei giorni che vive. Solo se ragioniamo in questa ottica, possiamo davvero costruire la "pacem in terris", possiamo sviluppare la cultura della vita, dell'accoglienza, dell'integrazione che non cancella, ma armonizza e vivifica le differenze rendendole una risorsa per la crescita di tutti.

Allora, secondo le immagini di Isaia, il deserto, la terra arida esulterà, fiorirà la steppa. Le mani fiacche saranno irrobustite, le ginocchia vacillanti rese solide. Una nuova via (è il termine biblico equivalente a religione), una via santa sarà appianata; fuggiranno tristezza e pianto; gioia e felicità seguiranno i redenti.

Con particolare lucidità S. Francesco ha percepito la sua vocazione di pellegrino e forestiero: come sequela di Cristo, il quale fin dall'inizio della sua vita terrena ha scelto di stare sulla strada (natus pro nobis in via) non avendo dove posare il capo, realizzando così le "leges peregrinorum". Quali sono le leggi dei frati itineranti? Raccogliersi sotto il tetto altrui, passare da un luogo all'altro pacificamente, sentendo nostalgia della patria, lo sguardo rivolto verso la terra dei viventi.

Mi piace la sigla quasi musicale, che prepara il convegno di Verona, "Ricorda, racconta, cammina". Le parole, i silenzi, i gesti, le relazioni, le vicende dei missionari potrebbero fornire una versione contemporanea dell'insondabile amore di Dio per ogni creatura. Attraverso volti, lingue, razze e paesi diversi, i missionari hanno amato, hanno cercato di amarsi e con loro l'essenziale persiste: l'Amore è eterno. La missione è amore “ad intra, ad extra, ad gentes, ad vitam”; per far maturare questi valori, queste radici cristiane che hanno in sé una carica di universalità: tutti figli, tutti fratelli, tutti pellegrini.

Permettetemi di fare qualche nome, anche se mi limito al mio primo amore: Eritrea-Etiopia. I miei compagni coetanei: Livio da Pianborno, Cleto da Peia, Ottavio Zandarin, Glisente da Breno, Teotimo Rondi di Albino, sotto la guida del patriarca Marinoni di Clusone e il vicario Zenone Testa di Vertova, con protagonisti apostolici come Egidio da Verano, Zeffirino da Lurate, Prospero da Milano, Dositeo da Selvino, portatori di un carisma, ma disponibili agli innesti culturali che rivitalizzano il tronco secolare del nostro ricco patrimonio cappuccino, condiscepoli del Signore non solo capaci di insegnare, ma anche capaci di imparare, umili servitori perché non solo hanno lavorato molto, ma sanno lavorare assieme, non solo radicati nelle proprie tradizioni, ma convinti che è dalla santità fraterna che viene la santa fraternità, vera policroma veste nuziale della Chiesa.

L'essenziale è essere, dovunque ci si trovi, un segno dell'amore di Dio per tutti, sia pure di fronte ad un uomo solo.

Termino. Marcello Rota, vostro fratello ottuagenario, Antonio Agostino di battesimo, vi ripete il tradizionale "Sia per l'amor di Dio" rivolto ai miei parenti, ai miei educatori, agli amici e benefattori, ai miei due angeli tutelari: il parroco mons. Lorenzo Dossi e il cugino padre Gianluigi Rota, alle vocazioni che ho istradato pazientemente al ministero pastorale in Asmara e Abidjan.

Invoco Mariam, la teotokos immacolata bellissima, perché attraverso il patto di misericordia - Kidane Meheret - diradi le paure e i conflitti, preservando la Chiesa e le nostre comunità religiose in Africa, per i giorni di una pace feconda.