La vocazione di Francesco.
“il signore dette a me, frate francesco, d’incominciare a fare penitenza…”
 
fra Cesare Vaiani ofm
 
Vogliamo approfondire il tema della vocazione di Francesco. Premetto che nel caso di Francesco (e forse nella vita di ogni credente) credo che dovremmo piuttosto parlare di vocazioni, al plurale, perché ritengo importante riconoscere che, nel suo caso, ci sono diversi passaggi, in questo senso diverse chiamate del Signore, che segnano la vita di Francesco dalle origini fino alla morte. È importante conservare questa concezione dinamica della vita e della vocazione, che ci accompagna per tutta la vita, nella nostra esperienza come in quella di Francesco. Cercheremo di identificare alcune di tali chiamate e di coglierne, se possibile, le caratteristiche e magari anche le continuità o le differenze.
 
Un testo fondamentale per la nostra indagine risulta essere il Testamento, in cui Francesco, alla fine della vita, rilegge la propria esperienza, enucleando alcuni punti essenziali e proponendoli come “ricordo, ammonizione, esortazione e testamento” ai suoi fratelli.
 
Far memoria
Per introdurci alla lettura del Testamento rileviamo anzitutto il suo andamento di “ricordo”: si tratta di un buon esempio di quel “far memoria” di cui abbonda la Scrittura, dall’invito “Ricorda, Israele”, che riecheggia continuamente nel primo Testamento fino al “fate questo in memoria di me” che suggella la vicenda di Gesù. Un “far memoria” credente, che rilegge la storia, in questo caso la propria storia personale, con gli occhi della fede, e vi riconosce le grandi opere del Signore.
Colpisce, infatti, che il soggetto, anche grammaticale, del Testamento di Francesco non sia Francesco stesso, ma “il Signore”, con quella specie di ritornello che ritorna con insistenza: Il Signore diede a me, il Signore mi condusse, il Signore mi dette tale fede, il Signore mi dette dei fratelli, l’Altissimo mi rivelò, il Signore mi rivelò questo saluto, ecc. La prima osservazione riguarda proprio questo atteggiamento di fondo, che altro non è che la fede, quell’attitudine che altrove Francesco chiama “vedere e credere”: egli non si limita a vedere la propria storia, con i vari episodi, l’incontro coi lebbrosi, l’arrivo dei fratelli, la vita della prima fraternità, ecc.; egli vede tutto questo, ma vede e crede, cioè in questi fatti riconosce qualcosa di più grande e di più profondo, vi riconosce il manifestarsi del Signore, l’agire di Dio, vero protagonista della vita. 
È lo stesso atteggiamento che ritroviamo nel Cantico, quando Francesco dice del sole: “et ellu è bellu e radiante cum grande splendore; de Te, Altissimo, porta significazione”. Che il sole sia bello lo può dire ogni uomo che ha gli occhi, e questo appartiene al livello del vedere; ma che “de Te Altissimo, porti significazione”, questo significa vedere e credere: solo gli occhi della fede lo possono riconoscere. Con la sottolineatura che il credente non vede un sole diverso dal non credente, come Francesco non si inventa episodi della propria vita che non siano quelli che chiunque poteva registrare: la differenza non sta nel che cosa egli vede, ma nel come egli vede la realtà, sia la realtà naturale, come il sole, sia la propria realtà personale, come la storia che ripercorre nel suo Testamento.   
Questa premessa, che nasce da uno sguardo generale al Testamento, mi pare importante: anche per ciascuno di noi, come per Francesco, sarà possibile parlare di vocazione e riconoscere la chiamata del Signore, nella nostra vita come in quella di Francesco, solo in una prospettiva di fede. Se è vero che la parola che chiama ci precede e suscita la nostra fede, è altrettanto vero che solo nella fede tale chiamata può essere accolta, in una sinergia di grazia e di accoglienza che ci segna fin dalle origini, e che come noi ha segnato Francesco.
 
Il percorso delle origini
All’interno del Testamento, possiamo riconoscere una prima sezione (vv. 1-13) in cui Francesco ricorda la sua vicenda quando era ancora da solo, o perlomeno quando ancora non c’erano accanto a lui dei fratelli frati; vedremo che in verità neanche in questo primo periodo Francesco è da solo, ma certamente alle origini possiamo riconoscere un percorso che lo vede impegnato in una ricerca piuttosto personale, per capire che fare.
La chiamata delle origini, nel Testamento di Francesco, viene da lui indicata con l’espressione “cominciare a far penitenza”. Tale espressione non va certamente intesa nel senso ristretto di “pratiche penitenziali”, ma nel senso più ampio di conversione, come nei testi evangelici; a questo proposito va ricordato che l’esortazione di Mt 4,17 o Mc 1,15, in cui il greco “metanoeite” viene oggi tradotto “Convertitevi”, dalla Vulgata era reso con “Penitentiam agite”o con “poenitemini”. In questo senso più ampio di conversione anche Esser interpreta il termine: “Per Francesco penitenza significa quel capovolgimento che porta l’uomo da una vita istintiva incentrata sul proprio Io ad una vita interamente soggetta, abbandonata alla volontà, alla signoria di Dio”[1].
Accanto a questo significato più ampio non va tuttavia dimenticato un possibile riferimento allo stato canonico di penitente, che viene affermato implicitamente da Francesco stesso quando dice di essere “uscito dal secolo”; tale espressione indicava spesso l’ingresso nella vita religiosa, e anche nel nostro caso designa un cambiamento anche esteriore, sulla cui natura ci sono diverse opinioni (più o meno “istituzionale”?).
Ma forse, per intendere correttamente il facere poenitentiam di Francesco è più utile notare il parallelismo tra questa espressione e il facere misericordiam che subito ne esplicita la portata: potremmo affermare che il fare penitenza di Francesco non è altro che il fare misericordia coi lebbrosi.
Questo parallelismo tra penitenza e misericordia ci introduce immediatamente nel tratto forse più caratteristico della conversione di Francesco: essa è segnata dall’incontro coi lebbrosi; addirittura si può forse dire che è resa possibile dall’incontro coi lebbrosi. 
Questa presenza del prossimo, e di un prossimo particolarmente sgradevole come i lebbrosi, è un elemento essenziale della vocazione di Francesco: potremmo dire che si tratta dell’imprinting della sua vocazione, che sarà caratterizzata da questa presenza dell’altro in tutte le tappe della sua vita. In questo senso, possiamo dire che la dimensione fraterna è uno dei tratti costitutivi dell’esperienza spirituale di Francesco: Dio gli si rivela nell’incontro coi lebbrosi, come poi gli rivelerà la forma di vita nel dono dei fratelli.
Notate che si tratta di una presenza dell’altro che assume un carattere rivelativo, se così si può dire: nel senso che l’altro rivela Dio, in una prospettiva che potremmo chiamare il sacramento del fratello.
E va pure sottolineato che tale incontro con i lebbrosi non è neutro per Francesco: si tratta di qualcosa di amaro, che gli si converte (conversum fuit, da cui conversione) in dolcezza d’animo e di corpo. Una esperienza che coinvolge pienamente Francesco, come lascia intendere quel misterioso riferimento alla dolcezza “di corpo”. Si tratta di una dimensione che chiamerei pasquale, nel senso di una dinamica di morte e vita, di amaro e dolcezza che rimanda al cuore dell’esperienza cristiana, che è proprio la pasqua del Signore. Si potrebbero evocare tante parole evangeliche sul perdere la vita per trovarla, sul chicco di frumento che deve cadere in terra e morire per portare frutto, ecc.: tutte frasi che rimandano al nucleo centrale dell’annunzio evangelico.
In sintesi dunque, una esperienza pasquale nell’incontro con il prossimo, nella quale Francesco incontra Dio: una esperienza che è un fare penitenza nel fare misericordia (e come non notare che anche il rapporto tra questi due atteggiamenti è pasquale: la penitenza rimanda al morire e la misericordia alla vita).
 
Il tratto che abbiamo finora evidenziato, a partire dal fare misericordia ai lebbrosi, non è tuttavia l’unico elemento di questa prima vocazione di Francesco: se allarghiamo lo sguardo a tutta la prima sezione (vv. 1-13) che si estende, nel ricordo di Francesco, fino al dono dei fratelli, ci accorgiamo che oltre ai lebbrosi, cui sono dedicati i primi tre versetti del Testamento, sono ricordati altri due elementi: la “fede nelle chiese”, con la preghiera dell’Adoramus, e la “grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana”.
Possiamo dunque osservare che tre sono gli elementi che possiamo considerare costitutivi dell’esperienza iniziale di Francesco: i lebbrosi, la preghiera solitaria nelle chiese e il riferimento alla Chiesa romana. Abbiamo già rilevato l’importanza del fare misericordia ai lebbrosi; bisogna notare che a questo si accompagna la preghiera personale, che nel testo dell’Adoramus rimanda in maniera esplicita al Signore Gesù Cristo e alla sua santa croce, e che quindi possiamo legittimamente collegare alla preghiera davanti al Crocifisso.
Non possiamo commentare ora tale preghiera, che è una bella richiesta di discernimento cristiano: Francesco chiede luce (illumina) per il cuore (il cuore!); ma non chiede solo generica luce, ma un preciso discernimento cristiano costituito da fede, speranza e carità; e la preghiera si conclude con quella richiesta di senno (sapienza?) e conoscimento che mette in discussione tanti luoghi comuni sul disinteresse di Francesco per il capire, e che tuttavia orienta nettamente tale capire al fare (perché io faccia il tuo santo e verace comandamento). Tornando al Testamento, possiamo parlare di preghiera personale, perché Francesco riferisce a sé stesso personalmente, in prima persona singolare, la fede nelle chiese e la preghiera (“io così pregavo e dicevo”).
            Ed infine, il tratto della fedeltà alla Chiesa Romana accompagna fin dalle origini l’esperienza di Francesco: non si tratta forse del primo elemento o di quello costitutivo, nel senso che certamente il Signore e la rivelazione di Dio vengono prima della fedeltà alla Chiesa Romana, ma si tratta comunque di un tratto cui Francesco, fin dalle origini, si mostra particolarmente attento e che egli ritiene essenziale per una corretta relazione con Dio. Si noti il valore dell’argomentazione, presente nel Testamento, che riconduce la netta scelta di accettazione della Chiesa romana alla motivazione più seria dal punto di vista cristiano: “E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo cor­poralmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue suo che essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri”. Francesco afferma consapevolmente che solo nella Chiesa, attraverso il ministero sacerdotale, egli può incontrare il Cristo presente nel sacramento eucaristico, e una tale motivazione costituisce ragione sufficiente per accettare una Chiesa che pure può essere formata anche da peccatori. Per Francesco è dunque molto chiaro che la Chiesa ha valore per il suo riferimento a Cristo. 
 
Il dono dei fratelli
Dal v. 14 del Testamento inizia una seconda sezione, caratterizzata dall’arrivo dei fratelli frati, che Francesco non è andato a cercare, ma che si è ritrovato come un dono del Signore: un dono impegnativo, come tutti i doni di Dio. Nelle parole di Francesco si può forse riconoscere anche l’eco di una certa perplessità iniziale, di fronte a quel dono inaspettato: “E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare”; emerge da queste parole un senso di spaesamento ed un profondo interrogativo sulla strada da prendere.
La soluzione è indicata nel riferimento al Vangelo: “l’Altissimo stesso mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo”. I biografi danno contenuto a questa affermazione narrando l’episodio della triplice apertura del Vangelo con i primi due compagni: di fronte alla loro richiesta “Che cosa dobbiamo fare?” Francesco risponde “Entriamo in chiesa, prendiamo il libro del Vangelo e chiediamo consiglio a Cristo”[2] e proprio nel Vangelo trova quelle indicazioni che diventeranno il primo nucleo della forma di vita che Francesco “fece scrivere con poche e semplici parole e che il Signor Papa gli confermò”. 
Anche a questo proposito sottolineiamo la presenza dei fratelli come tratto fondamentale per la scoperta della propria vocazione da parte di Francesco. Potremmo chiederci, con un po’ di irriverenza: se non gli fossero stati dati i fratelli, Francesco sarebbe riuscito a capire di dover vivere secondo la forma del santo Vangelo? Ritroviamo anche qui un aspetto che abbiamo già rilevato a proposito dell’incontro coi lebbrosi: i fratelli hanno una valenza rivelativa, nel senso che è anche attraverso la loro venuta che l’Altissimo rivela a Francesco la sua forma di vita. Troviamo così confermato che questo carattere fraterno è davvero costitutivo della vocazione di Francesco.
 
            Possiamo anche rilevare che nelle poche righe che abbiamo evocato ritroviamo i tre elementi che già abbiamo evidenziato: i fratelli, il rapporto con l’Altissimo, che si rivela personalmente a Francesco, e la conferma della Chiesa Romana. Va infatti notato che nel ricordo di Francesco affiorano elementi fraterni, ma anche elementi personali: come nel ricordo delle origini, al rapporto coi lebbrosi si univa il riferimento alla preghiera in prima persona singolare, così anche in questo brano al ricordo dei fratelli si unisce un coinvolgimento in prima persona molto insistito: “lo stessoAltissimo mi rivelò che dovevovivere secondo la forma del santo Vangelo. Ed io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor Papa me la confermò”. Interessante sottolineare questo intreccio di elemento fraterno e di coinvolgimento individuale, che si mescolano ancora una volta, come agli inizi, e che sono sempre accompagnati dal rimando al Papa o alla Chiesa Romana, che ne custodisce la correttezza. Dire che per Francesco è importante la presenza dei fratelli non elimina in nessun modo il suo pieno coinvolgimento in prima persona: è rapporto pienamente fraterno e pienamente a tu per tu con Dio.
 
La prima fraternità
Quali sono le caratteristiche della prima fraternità che si raccoglie intorno a Francesco?
[117]    16 E quelli che venivano per abbracciare que­sta vita, distribuivano ai poveri tutto quello che potevano avere, ed erano contenti di una sola tonaca, rappezza­ta dentro e fuori, del cingolo e delle brache. 17 E non volevamo avere di più.
[118]    18 Noi chierici dicevamo l’ufficio, conforme agli altri chierici; i laici dicevano i Pater noster, e assai volentieri ci fermavamo nelle chiese. 19 Ed eravamo illetterati e sottomessi a tutti.
[119]    20 Ed io lavoravo con le mie mani e voglio la­vorare; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavo­rino di un lavoro quale si conviene all’onestà. 21 Colo­ro che non sanno, imparino, non per la cupidigia di rice­vere la ricompensa del lavoro, ma per dare l’esempio e tener lontano l’ozio.
 [120]   22 Quando poi non ci fosse data la ricompensa del lavoro, ricorriamo alla mensa del Signore, chiedendo l’elemosina di porta in porta.
[121]    23 Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: «Il Signore ti dia la pace!».
 
Utilizzando questo breve brano (Test. 16-23), si possono individuare sei tratti:
  • distribuzione di ogni avere ai poveri
  • tonaca rappezzata
  • preghiera comune
  • scelta “sociale” di sottomissione
  • lavoro manuale, ed eventualmente questua
  • il saluto di pace
Per i primi tre punti, si tratta della stessa sequenza che si trova nelle due Regole (Rnb capp. 2-3; Rb capp. 2-3). Una sequenza cara a Francesco, e da lui ben conosciuta.
Si noti anche, seppure solo en passant: l’importanza dell’abbandono dei beni, e possibilmente della destinazione ai poveri; la tonaca sembra già assumere il senso di abito religioso, all’epoca delle Regole e del Testamento; ci si può chiedere che significato aveva alle origini (abito dei poveri?); nota che il rappezzare la tonaca è una concessione per il freddo.
Circa la preghiera: per l’esperienza delle origini va privilegiata l’affermazione: “assai volentieri ci fermavamo nelle chiese” che probabilmente rimanda ad una vita itinerante, che usa le chiese anche come rifugio per la notte; più difficile pensare che fin dalle origini si pregasse “noi chierici secondo gli altri chierici”, perché una distinzione così netta tra chierici e laici si impone solo col passare di qualche anno, anche se già Francesco la conosce bene e la assume.
            Affermazione molto sintetica ed espressiva per descrivere la scelta di vita degli inizi è senz’altro quella successiva (Test. 19): “Et eramus idiotae et subditi omnibus” trad. “Ed eravamo illetterati e sottomessi a tutti”. La scelta di fondo o almeno l’elemento più appariscente sta in quella vita sottomessi a tutti; di difficile traduzione quell’idiotae, che forse indica semplicemente una persona privata, senza autorevolezza sociale, piuttosto che un illetterato[3].
            In tale direzione si situa l’importanza del lavoro (un lavoro da poveri) come mezzo ordinario di sostentamento, come fa intuire Rnb cap 7, testo prezioso per comprendere la dinamica del lavoro alle origini: si continua nella professione che già si conosce, è lecito avere gli arnesi necessari (eccezione alla povertà!), il lavoro è presso terzi, ci si deve dedicare a lavori che non portano a presiedere o a dirigere gli altri, si accetta la retribuzione del lavoro eccetto il denaro. La decisa (e commovente) riaffermazione dell’importanza del lavoro manuale fatta da Francesco ormai stimmatizzato, alla fine della vita, quando con le sue mani non poteva certo più lavorare, rimanda al nesso stretto che Francesco riconosce tra vita sottomessa e lavoro. Questo era uno dei punti di maggior cambiamento tra l’esperienza delle origini e la situazione già sviluppatasi all’epoca del Testamento: è cambiato il lavoro dei frati, che ormai si dedicano principalmente al ministero apostolico e non al lavoro manuale presso terzi.
            La questua, sia nel Testamento che nelle Regole, è vista come ricorso eccezionale, quando non basta il lavoro: anche questo elemento cambierà presto, e la questua diventerà la forma ordinaria di sostentamento dei frati, che contraccambiano quanto ricevono con il servizio pastorale e con la preghiera.
Il saluto di pace, infine, rimanda forse all’annunzio evangelico e alla predicazione penitenziale: anche se su questo elemento è difficile adottare le giuste proporzioni, per una equilibrata valutazione della vita delle origini. Rischiamo infatti di rileggere la fase iniziale alla luce dell’importanza che l’attività apostolica raggiungerà ben presto nella vita e nella coscienza dei frati e presumibilmente di Francesco stesso; ma ci si deve chiedere onestamente in che misura la dimensione della “predicazione” fosse già presente nella vita delle origini. La vita sottomessa, lavorando presso terzi, lasciava spazio ad una vera e propria attività di predicazione, o per i primi anni si deve parlare piuttosto di esortazione penitenziale, che poi si sviluppa in attività di predicazione?
Credo che si debba riconoscere anche in Francesco una evoluzione, nella quale egli condivide personalmente l’evoluzione della fraternità: dall’esortazione penitenziale alle prediche in piazza.
Nell’ultima parte della sua vita, certamente Francesco fu predicatore in senso proprio, con prediche vere e proprie rivolte ad un pubblico di persone[4]; forse, alle origini, bisogna piuttosto parlare di semplice esortazione penitenziale, più in sintonia con la vita itinerante e la scelta di lavoro e minorità della prima fraternità.
 
Le difficoltà dell’essere fratelli
Dopo due brevi inserimenti sulla povertà delle abitazioni e sulla proibizione di chiedere lettere presso la Curia Romana (vv. 24-26; brani che Esser considera inserimenti successivi nel testo da parte dello stesso Francesco), il Testamento prosegue con una sezione dedicata al tema dell’obbedienza (vv. 27-33), che ci permette di evocare altri importanti e dolorosi passaggi della vocazione di Francesco.
Il tema dell’obbedienza, infatti, viene introdotto da Francesco con la dichiarazione di voler egli stesso obbedire “al ministro generale di questa fraternità e a quel guardiano che gli piacerà di assegnarmi”; l’obbedienza è il vincolo che lo tiene nella fraternità, ed è il legame che lo unisce saldamente ai fratelli. Sappiamo infatti che quando Francesco parla, nei suoi scritti, dell’obbedienza, la presenta sempre in relazione con la carità, di cui è la “sorella”[5] e con il vincolo fraterno di chi non vuole a nessun costo separarsi dai fratelli e offre per essi la vita[6]. D’altra parte, nel linguaggio di Francesco, “essere ricevuti all’obbedienza” e “andare vagando fuori dell’obbedienza”[7] sono termini che indicano l’appartenenza o l’esclusione dalla fraternità; ed egli intende l’obbedienza come rapporto fraterno, per cui i frati “per carità di spirito si servano e si obbediscano vicendevolmente. E questa è la vera e santa obbedienza del Signore Gesù Cristo”[8]. Una obbedienza dunque che si allarga dal rapporto gerarchico verso i ministri al rapporto verso ogni fratello. Dopo quanto abbiamo detto della caratteristica fraterna della spiritualità di Francesco non stupisce più di tanto questa insistenza sull’obbedienza, che ritorna spesso nei suoi scritti e che certamente è più sottolineata della stessa povertà: l’obbedienza è il vincolo fraterno, ed in una vocazione che riconosce un posto così importante alla presenza del fratello si tratta di una caratteristica importante.
            Una tale insistenza sull’obbedienza, che Francesco ha introdotto nel Testamento come qualcosa che lo riguarda anzitutto in prima persona (vv 27-29: FF 124-125), si allarga subito a contemplare il caso di fratelli che non volessero obbedire ai loro guardiani o non recitassero l’ufficio secondo la Regola; e in tali casi Francesco ha espressioni molto dure, che prevedono la custodia severa, “come un uomo in prigione”, di tali frati, che andranno consegnati al Signore di Ostia per una adeguata punizione. Emerge in tali righe l’ambivalenza del rapporto di obbedienza: vincolo di fraternità quando è vissuto in positivo, ma pericolosa ferita alla fraternità e alla carità quando è vissuto in negativo. Una ferita che genera reazioni dure, anche in Francesco, e parole che portano con sé questa durezza, che forse va letta come testimonianza indiretta di ferite e sofferenze vissute dalla fraternità e dallo stesso Francesco. Forse non è esagerato vedere in queste parole “dure” del Testamento l’eco di quelle difficoltà e amarezze che anche Francesco ha sperimentato, soprattutto dopo il suo ritorno dal viaggio in Oriente, nei confronti dei suoi fratelli.
Guardare a queste difficoltà, infatti, è importante per capire lo sviluppo della vocazione di Francesco: segnata fin dalle origini dalla presenza dei fratelli ed accompagnata sempre da questa presenza, nel bene e nel male.
Dicendo “nel bene e nel male” faccio riferimento alle vicissitudini del rapporto di frate Francesco coi suoi fratelli, che sono testimoniate dalle sue dimissioni dal governo dell’Ordine[9] (dimissioni peraltro evocate anche in questo brano nel Testamento, quando Francesco afferma che vuole obbedire al ministro generale, e dunque afferma di non esserlo), da alcuni vivaci contrasti negli ultimi anni della sua vita[10], dal ricordo di quella “gravissima tentazione, non della carne ma dello spirito” durata più di due anni, tentazione che, guarda caso, lo separava dai fratelli, forse perché anche coi fratelli aveva a che fare[11]. E come non ricordare l’eco di quegli umanissimi sussulti di attaccamento all’Ordine e di contrasto con alcuni da parte di Francesco che, “ormai malato, nella veemenza dello spirito si drizzò sul lettuccio ed esclamò: "Chi sono questi che mi hanno strappato dalle mani l’Ordine mio e dei frati? Se andrò al Capitolo generale, mostrerò loro qual è la mia volontà"[12].
 
La vocazione ultima
            Ricordo queste vicende per capire meglio quella che mi sembra l’ultima e più esigente vocazione di Francesco: vivere nella pazienza quella situazione ben descritta dal dialogo della perfetta letizia, in cui egli si sente dire “Noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”, rimanendo alla porta, e non allontanandosi da quella porta, che è la porta della sua fraternità[13]. Questo testo è, tra gli scritti di Francesco, quello che in maniera più immediata e anche commovente testimonia le difficoltà di un vissuto fraterno negli ultimi anni della sua vita; non perché io pensi che questo testo descriva un episodio realmente avvenuto nella vita di Francesco, ma perché descrive bene un vissuto interiore di lui che si sentiva messo alla porta dagli eventi e dai cambiamenti avvenuti, che sono accuratamente descritti nella prima parte del testo, con l’evocazione dei maestri e dei nobili che entrano nell’Ordine, dei frati che vanno tra gli infedeli e di Francesco che compie miracoli: cambiamenti che avvenivano in quegli anni e che riempivano di gioia e di santo orgoglio i frati. Ma alla squalifica di questi cambiamenti, nei quali “non è vera letizia” Francesco aggiunge la descrizione di quell’episodio immaginario in cui egli è messo alla porta da quel frate sgarbato che gli ricorda che “noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”: un vissuto di Francesco di cui anche le dimissioni forse sono l’eco sofferente ma onesto, che testimoniano che Francesco sceglie di “non abbandonare i fratelli”[14] e di restare davanti a quella porta, anche se questa si presenta chiusa. Il vincolo di fraternità non viene interrotto neanche da quella porta chiusa.
La vocazione di Francesco passa, ancora una volta, attraverso la presenza dei fratelli, presenza amara come quella dei lebbrosi, ma presenza che la grazia del Signore muterà ancora una volta in “dolcezza d’anima e di corpo”: anima e corpo, come le stimmate dimostrano.
            Credo che sia infatti possibile leggere in questo contesto di crisi e di sofferenze nel rapporto coi fratelli anche l’evento delle stimmate: la risposta del Signore a Francesco che vive queste difficoltà è l’esigente risposta cristiana: “Stai sulla croce con mio Figlio”. Le stimmate sono questo stare sulla croce con Gesù, attraverso il quale Francesco compie ancora la sua pasqua; e come ogni pasqua, si tratta di una morte, ma insieme di una risurrezione. Non a caso alle stimmate seguiranno quegli ultimi due anni di vita, segnati dall’esigente pace della croce, allietati dalla composizione del Cantico delle creature, suprema testimonianza della pasqua compiuta, canto dell’uomo risorto che ormai vede con gli occhi del Cristo risorto i cieli nuovi e la terra nuova. Il Francesco degli ultimi due anni di vita, segnato dalle stimmate, è segnato anche dalla gioia della risurrezione, di cui il soggiorno di cinquanta giorni a san Damiano, durante il quale compone il Cantico e l’Audite poverelle, è una indiretta testimonianza[15].
 
A modo di conclusione
            Al nostro percorso, teso a individuare la vocazione, o meglio le vocazioni di Francesco, si potrebbero aggiungere anche altri elementi, o forse sottolineare meglio alcuni aspetti, che sono importanti nella sua vita ma che non sono ricordati nel Testamento: ad esempio la peculiare vocazione al martirio, il cui fascino ha spinto tre volte Francesco a cercare di andare “tra i saraceni e gli altri infedeli”; e legata a questo, anche se da questo distinta, la vocazione missionaria ed evangelizzatrice, che anche noi abbiamo accennato a proposito del saluto di pace, e che da un certo punto in poi diventa tratto importante dell’esperienza di Francesco. Ci si potrebbe anche fermare su alcune impreviste estensioni del dono dei fratelli, guardando alla vocazione a prendersi cura anche di alcune sorelle (certamente di Chiara e della comunità di san Damiano, come testimoniano le sue stesse parole nella Forma di vita) o di laici che vivevano nel mondo e guardavano a Francesco come a modello, come lascia intuire l’affascinante e mobilissima storia iniziale di quello che verrà chiamato Terz’Ordine.
            Abbiamo dato uno sguardo alla vocazione, o meglio alle vocazioni di Francesco, e ne abbiamo individuato alcune tappe fondamentali, limitandoci al percorso indicato dal Testamento: l’incontro coi lebbrosi nel segno della misericordia, la preghiera personale nelle chiese, il dono dei fratelli frati, la rivelazione della forma di vita secondo il Vangelo, la vita di quella prima fraternità segnata da sottomissione a tutti e da lavoro, la vocazione a restare con quei fratelli anche nella prova e nelle dimissioni da ogni incarico, l’esigente pace della croce, segnata dalle stimmate, lo sguardo pasquale del risorto. E alla fine, quasi come orizzonte evocato dal Testamento e come vocazione davvero ultima, il beato transito e la comunione col Signore.
            Ormai proiettato in quella prospettiva davvero definitiva, Francesco benedice i suoi fratelli, sentendosi quasi più di là che di qua, ed assicurando anche a noi, dal cielo che ha già raggiunto, una benedizione che ancor oggi riguarda ciascuno di noi:
E chiunque osserverà queste cose, sia ricol­mo in cielo della benedizione dell’altissimo Padre, e in terra sia ricolmo della benedizione del suo Figlio diletto col santissimo Spirito Paraclito e con tutte le potenze dei cieli e con tutti i santi. 41 Ed io frate Francesco piccolino, vostro servo, per quel poco che io posso, con­fermo a voi dentro e fuori questa santissima benedizio­ne. Amen.
 
 
 


[1] K. Esser, Origini e inizi del movimento e dell’ordine francescano, Jaca Book, Milano 1975, 197.
[2] 2 Cel 15: FF 601; 3 Cp 27-29; AP 10-11.
[3] Cfr A. Mattioli, “Idiota”. Mancanza di cultura o amore di ritiratezza? Nota di lessicografia francescana, in Il Santo 27 (1987), 121-144.
[4] Cfr la testimonianza di Tommaso da Spalato, testimone oculare di una vera e propria predica di Francesco sulla piazza di Bologna nel giorno dell’Assunta del 1222 “ove era confluita, si può dire, quasi tutta la città”: FF 2252.
[5] Cfr Saluto alle virtù: FF 256-258.
[6] Cfr Amm 3: FF 148-151.
[7] Rnb 2, 9-10: FF 7; 5,16-17: FF 21.
[8] Rnb 5, 14-15: FF 20.
[9] 2 Cel 143: FF 727; CAss 11: FF 1552 (nuova ediz) = LP 105: FF 1661 (vecchia ediz).
[10] CAss 18: FF 1564 = LP 114: FF 1673; CAss 106: FF 1652-1655 = LP 77: FF 1629-1632.
[11] CAss 63: FF 1591 = LP 21: FF 1568.
[12] 2 Cel 188: FF 774.
[13] Dialogo della vera letizia: FF. 278.
[14] Cfr Amm 3, 7-9: FF 150.
[15] Comp 83-85: FF 1614-1617= LP 43-45: FF 1591-1594.