Tutti missionari
nell’attesa della Sua Venuta
 
A nome dei missionari qui presenti e mio personale, ringrazio di tutto cuore p. Mauro, p. Agostino  e i confratelli della fraternità di Musocco per l’invito a presiedere a questa celebrazione eucaristica. Con loro ringrazio i gruppi missionari e tutti i sostenitori delle nostre opere per l’infaticabile sostegno che continuate a prodigarci, senza risparmio di tempo e di energie.
Al centro del Vangelo di questa XXXIII Domenica del tempo ordinario c’è il ritorno del Signore alla fine dei tempi. Gesù ne parla con immagini e metafore bibliche tradizionali: “Allora vedranno il figlio dell’ uomo venire sulle nubi… Manderà gli angeli e radunerà i suo eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.” (Mc. 13:26-27).  Inutile sbizzarrirsi, come fanno alcune vecchie e nuove sette religiose, per stabilire il giorno e l’ora del grandioso evento. La venuta finale del Figlio dell’uomo non è iscritta in nessun calendario umano, e nessuno può presumere di conoscerne le coordinate di tempo e di spazio: “Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo, né il Figlio, eccetto il Padre” (Mc. 13:32).
Se è vero che la prospettiva escatologica, e cioè la “tensione” verso la seconda venuta del Signore, rimane una dimensione fondamentale del vivere cristiano, è altrettanto vero che questo non è un tempo di sterile e inerte attesa: agli Apostoli che, un momento prima della sua Ascensione al cielo, gli chiedevano: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostruirai il regno di Israele?”, la riposta di Gesù fu netta e inequivocabile: “Non spetta a voi conoscere tempi e momenti che il Padre ha riservato al suo potere. Ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, e fino agli estremi confini della terra” (At. 1:6-8).
Il tema della venuta il Signore si coniuga in tre tempi: il passato, il presente e il futuro. E’ già venuto nel primo Natale della storia, e verrà ancora una volta alla fine dei tempi per consegnare al Padre l’umanità redenta dal suo sangue; ma fra le due estremità della storia c’è il tempo intermedio che Gesù continua a riempire con la sua presenza salvifica. Ecco perché questo non è per noi una parentesi di sterile attesa, ma tempo di annuncio, tempo di testimonianza, e quindi tempo di missione: MI SARETE TESTIMONI! Non c’è tempo da perdere in inutili e inconcludenti discussioni, perché la posta in gioco è estremamente grave e seria: la vigna dove gli operai ritardano ad andare diventerebbe campo di mietitura per il maligno e per i suoi servitori.  Se è competenza esclusiva del Padre stabilire il “quando” e il come dell’ avvento della pienezza del Regno, a noi, a ciascuno di noi, resta il compito di “partire” nell’ora stabilita da Lui. Cioè sempre. Perché ogni momento è tempo di salvezza, e perciò tempo di missione.
C’è nel brano evangelico di oggi una seconda certezza, che è la più fondamentale di tutte: “Riceverete la forza dello Spirito Santo….” Il dinamismo della missione, la sua forza propulsiva è lui, lo Spirito Santo. Prima della Pentecoste gli Apostoli avevano ricevuto l’esplicita ingiunzione di non uscire da Gerusalemme (At.1:4). La Pentecoste sarà l’evento che romperà tutte le barriere geografiche, etniche e culturali e investirà gli Apostoli della missione di essere suoi testimoni “in tuta la Giudea, nella Samaria, e fino agli estremi confini della terra.”
Se gli Apostoli hanno ricevuto questa investitura a Pentecoste, noi l’abbiamo ricevuta nel battesimo, che ci ha associati alla missione salvifica di Cristo e ci ha immessi sulla scia degli Apostoli come testimoni di Cristo nel mondo. E’ il fondamento ultimo della chiamata universale alla missione, che, come ci ricorda il Vaticano II, non è esclusiva dei vescovi, dei sacerdoti e dei religiosi, ma di ogni battezzato in quanto tale.  
In riferimento agli ultimi tempi della storia, c’è una sola domanda in tutto il Vangelo che, posta di schianto da Gesù, rimane sospesa, senza alcuna risposta: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà,  troverà la fede sulla terra?” (Lc. 18:8).  Tutt’altro che retorica, è una domanda drammatica. Forse Gesù l’ha lasciata lì aperta, perché ogni generazione vi deve apportare la sua risposta: interrogativo inquietante che deve continuare a torturare la coscienza di noi missionari direttamente impegnati nell’annuncio diretto del Vangelo e di voi che, per cosi dire, in retroguardia, ma con non minore impegno, condividete  la stessa missione. “Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1Cor. 9,16), fu la riposta profondamente consapevole di S. Paolo a quell’ interrogativo; ed è la risposta di ogni battezzato cosciente di essere affidatario di un annuncio dal quale dipende il destino finale di ogni uomo e di ogni donna. 
 Ecco, fratelli e sorelle, lo spirito, le certezze e l’ ansia che sostengono il nostro lavoro missionario. In Eritrea, ma ognuno dei missionari qui presenti potrebbe dire lo stesso del proprio paese di missione, questo lavoro si svolge in uno dei contesti socio-politici forse fra i più disperati che si conoscano oggi.  Da più di quarant’ anni la zona di Barentù, situata ai confini con il Sudan da una parte e l’Etiopia dall’altra, è l’area più tormentata dai conflitti fra nazioni e fazioni opposte. Come sempre, dove c’è la guerra c’è la miseria, l’ ignoranza e la disintegrazione sociale. E’ vero, dal 2001 non si spara più. Ma non essendo ancora risolta la questione dei confini con l’Etiopia – causa dell’ultima guerra – gli eserciti dei due paesi sono sempre in stato d’ allerta. Ne consegue una permanente situazione di instabilità e di precarietà. La paralisi delle attività economiche è pressoché totale: siccità è carestia imperversano; migliaia e migliaia di giovani sono costretti alla fuga dal paese per sfuggire alla fame, alla miseria e alla guerra. La triste scena dei gommoni sovraccarichi di giovani, donne e bambini, in balia ai flutti del mare, in cerca di un approdo in Europa, è solo un frammento della tragedia che si sta consumando in quelle aree. Purtroppo nell’indifferenza di gran parte dell’opinione pubblica mondiale. La notizia dei 73 eritrei inghiotti dal mare è durata lo spazio di pochissimi giorni! La conferenza della FAO tenuta a Roma a metà novembre – tutta promesse e nessun passo concreto da nessuna parte – documenta ampiamente l’indifferenza che avvolge i continenti della miseria.
In una situazione in cui la disperazione può uccidere tanto quanto la guerra, la Chiesa vive la sua vocazione di seminatrice di speranza impegnandosi a costruire delle comunità di fede capaci di guardare a Cristo come l’unica speranza che non delude. La speranza evangelica nasce dalla fede in LUI. Nonostante tutte le prove della vita e gli stenti della esistenza quotidiana, le nostre comunità vivono ed esprimono questa fede con gioia e vivacità, con una liturgia che è sempre una festa, perché hanno compreso la fallacia delle promesse politiche; hanno sperimentato che dove Dio primeggia l’uomo primeggia di riflesso.
Su queste premesse si basa la rete di iniziative e di opere di promozione umana e sociale che la Chiesa sostiene e promuove e che intendiamo continuare a sviluppare: scuole, cliniche, orfanotrofi, centri per la promozione della donna, cooperative di orticultura, scavo di pozzi, sviluppo di energia solare, progetti di microcredito, approviggionamento  di bestiame… Sono vie e realtà attraverso le quali la Chiesa vuol continuare a testimoniare che la speranza cristiana non è un’utopia. La pienezza dell’uomo, che raggiungerà il suo apice quando “il Signore verrà”, comincia a costruirsi qui ed oggi. 
La prima stazione missionaria nella terra dei Cunama è stata aperta nel 1912 per opera dei missionari cappuccini lombardi. Sono in corso i preparativi per la celebrazione del primo centenario di presenza. Questo importane evento è, per noi, una felice opportunità per rilanciare il nostro impegno di evangelizzatori e di promotori delle dignità delle persone, nonostante le tante e diverse avversità con cui dobbiamo confrontarci ogni giorno.
Mentre ringrazio ancora e di tutto cuore tutti voi – confratelli del centro missionario, gruppi missionari e volontari – vorrei concludere questa breve riflessione con le parole di S. Paolo che, insieme con i fratelli missionari qui presenti, faccio mie: “rendete piena la nostra gioia con l’unione dei vostri cuori, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti.” (Fil. 2:2). Grazie!
Thomas Osman
Vescovo Eparca di Barentù