Una pecora, un bue e un po' di grano: ecco i furti
che si potevano compiere dodici secoli prima di Cristo, quando venne
formulato il comandamento "Non rubare". Oggi il furto prende
l'ampiezza dei mezzi elettronici e può viaggiare alla velocità
della luce: Paesi interi che si organizzano per arricchirsi con il traffico
della droga e con il commercio delle armi.
1980. Accanto al seminario maggiore di Lusaka (Zambia) c'era un convento
di clausura con monache che si mantenevano allevando maiali. Grazie
ai loro sforzi lavorativi, erano in grado di aiutare molti poveri. Quando
nella periferia della città si instaurò una porcilaia
multinazionale, le suore fallirono e i poveri non poterono più
essere aiutati. Perfino una suora - sentendosi derubata della possibilità
di sfamare tante famiglie di indigenti - non esitò a dire che
quella fu veramente una multinazionale di porci.
Rubare una pecora duemilatrecento anni fa, rubare una bicicletta negli
anni sessanta, rubare tanti miliardi oggi di per sé è
costituisce sempre un'infrazione al settimo comandamento. Chi misura
la gravità del peccato?
Non si devono tenere in considerazione la circostanza e la finalità
che spingono una persona ad appropriarsi delle cose altrui per giudicare
se c'è o no vera infrazione contro questo comandamento? Benché
il fine non giustifichi i mezzi, ci sono tante circostanze nelle quali
l'azione di una persona che mira ad appropriarsi di beni altrui, non
cade necessariamente nell'area della proibizione del settimo comandamento.
Inizio a spiegarmi partendo dalla Bibbia. Questa ritiene lecito che
una persona s'impossessi di beni altrui, entro limiti ben precisi: può
prendere per sé tanto quanto le abbisogna per sopravvivere una
giornata. E, se il giorno seguente di nuovo non ha da mangiare, può
andare nei campi altrui e impossessarsi del grano di cui abbisogna la
sua famiglia.
S. Agostino, prima di convertirsi al Cristianesimo, assetato di giustizia,
si iscrisse al movimento dei "circumcelliones", di quanti
cioè andavano a portare via i beni dei ricchi, per distribuirli
fra i poveri. Per il futuro vescovo di Ippona, questo non era un furto,
ma un'operazione di "giustizia distributiva".
La gravità di una colpa si misura anche in base alla quantità
della materia rubata e della persona alla quale si ruba. Portar via
ad un povero pensionato quelle poche mille lire che gli occorrono per
vivere, evidentemente costituisce la "materia grave", peccato
nel caso che il ladro abbia anche la piena avvertenza e il deliberato
consenso.
Subito aggiungo alcune domande per sottolineare quanto molti di noi
possono essere, in forme diverse, dei ladri. Chi misura la gravità
del peccato consistente nel lasciar morire di fame quaranta bambini
ogni minuto? Come non considerare tutto un furto lo stile di vita consumistico
di noi occidentali che sprechiamo beni che sarebbero indispensabili
per la sopravvivenza dell'80% dell'umanità? È concepibile
non sentirsi ladri quando buttiamo via quintali e quintali di pane nelle
pattumiere, ogni giorno, mentre esistono ottocento milioni di persone
che non hanno di che sopravvivere?
E come si fa a restituire l'onore ad una persona,
dopo aver parlato male di lei, tanto volontariamente quanto involontariamente?
Anche l'onore va restituito. Bisogna dichiarare pubblicamente d'aver
sbagliato e di aver calunniato un innocente, diversamente non ci può
essere la riconciliazione sia con Dio sia con il prossimo. Io non mi
accanisco contro coloro che parlano male di me, anzi, mi fanno tenerezza...
Concedo il perdono, ma ammonisco chi ha sbagliato invitandolo a riparare
il male fatto: se una persona non va più in chiesa perché
qualcuno ha rubato a me il rispetto che meritavo sia come uomo sia come
prete, è responsabile davanti a Dio e alla società d'aver
allontanato dal Signore un fedele. Se questo poi si perde?...
Va' a leggere Esodo 22,2; Deuteronomio 24, 7 e vedrai che Dio non scherza
in questo campo, richiedendo addirittura la pena di morte per chi ruba
e non restituisce l'oggetto o l'onore tolti.
Parlando dell'Antico Testamento, quando la
gente poteva rubare, come si è detto all'inizio, una pecora e
un po' di grano, ma come
la mettiamo, ad esempio, con le multinazionali?
C'è un limite alle grandi concentrazioni economiche? C'è
un limite alla proprietà privata?
Il lucrare, imponendo altissimi interessi, non è onesto.
È disonesta la concentrazione delle ricchezze nelle mani di poche
grandi "famiglie" che praticamente condizionano l'economia
e la politica di tutti gli Stati. È immorale la scelta di molte
banche di strozzare i clienti e investire il ricavato in loschi affari,
quali il commercio delle armi. Non sprechiamo altre parole sulle multinazionali...
Il limite alla proprietà privata è già stato dato
magistralmente da Sant'Ambrogio, nel IV secolo: "Il tuo superfluo
è rubato al povero". E per "superfluo" si deve
intendere ogni tipo di differenza. Se uno è più intelligente
di un altro e non lo istruisce, è un ladro. Se uno ha una maggiore
capacità d'amare di un altro e non ama, è un ladro. Se
uno ha più riso sul piatto di un altro e non condivide il suo
cibo, è un ladro. Se uno ha due paia di scarpe e non si accorge
di chi va a piedi nudi, è un ladro. Se uno ha nel proprio armadio
due giacche e permette che il fratello soffra il freddo, è un
ladro.
Ma, anche prima di Sant'Ambrogio, tutto l'insegnamento
della Bibbia è orientato a questa attenzione per il povero.
Il non aiutarlo è considerato un crimine e un furto...
Proprio su questa linea si colloca l'istituzione dell'anno giubilare
appena trascorso.
Il giubileo si celebrava ogni cinquanta anni con la bellissima intuizione:
"La terra è di Dio", nessuno può appropriarsi
definitivamente di essa. Ogni cinquanta anni doveva tornare al padrone
originario, il Signore, che ne comandava una distribuzione equa fra
tutti i poveri. Ecco perché nel giubileo del 2000 la Chiesa ha
chiesto la cancellazione dei debiti dei Paesi da noi impoveriti. Come
può lucrare l'indulgenza quel fedele che fa il pellegrino a Roma
e verso la sua cattedrale, mentre non fa nulla per restituire ai poveri
quanto nel passato e nel presente è stato loro rubato? Dal Vaticano
è venuta la notizia che, per ogni dollaro che noi diamo all'Africa,
ne rubiamo undici. Ci salverà forse il ripetere: "Signore,
Signore!"?.
Sono in molti a confessarsi di aver trasgredito
la volontà di Dio in questo campo?
No, purtroppo. Le persone ora non si confessano più in generale,
o si confessano male. Non sanno che dire, perché la loro coscienza
è indurita. Non accostandosi alla Luce, non vedono le loro ombre.
Non confrontandosi con l'Amore, non scoprono i loro furti d'amore, di
cibo, di speranza, di credibilità, d'onore... Ho scritto a questo
proposito un libro: "Dio è più grande del tuo cuore"
(Ed. Velar 1999), per invitare la gente a confidare nella misericordia
del Signore, ad apprendere la confessione di lode, a rivalutare questo
stupendo sacramento. Lo so: molte volte anche i sacerdoti non si prestano
ad una tale confessione. Si dia loro un anticipo di fiducia: cambieranno
stile!
La gente non confessa i peccati contro il settimo comandamento. Spesso
addirittura ignora le molteplici implicazioni di questo comandamento.
Quando un penitente inizia così l'accusa: "Non ho ucciso.
Non ho rubato...", io l'interrompo ponendo due semplici domande:
"Hai amato tutti quelli che potevano essere salvati dal tuo amore?
E che cosa hai fatto perché anche solo un bambino non morisse
di fame?". Se la risposta è: "Nulla", amaramente
devo istruire il penitente di avere gravemente peccato di omissione
contro il quinto e il settimo comandamento e... contro i primi tre,
perché ha permesso a Dio di soffrire in una sua creatura, per
la quale suo Figlio ha dato la vita.