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Quando il Vangelo era difeso dalla pena di morte 1892: la Provincia Lombarda accetta di rimandare Frati in Brasile Nel 1896 padre Carlo da S. Martino Olearo fonda la missione di Alto Alegre Le suore sono un elemento di equilibrio Catechesi e colonialismo: un connubio infelice I primi segnali d'allarme L'arresto del "mayor" Antonino Una vita offerta, una vita accettata "Io so di non avervi fatto male alcuno, anzi, vi ho sempre amati" L'epidemia di "sarampo" diffonde morte e pregiudizio Ogni missionario deve dare esempio di pazienza, sacrificio e abnegazione Nella notte del 13 marzo lo scempio del massacro 261 morti accertati, associati al martiro dei religiosi in quei giorni di carneficina Fu prova o castigo questo doloroso massacro? "Già martiri prima di spargere il loro sangue" Inerzia o complicità dello Stato fra i misteri del folle gesto Le pressioni della Massoneria e l'assoluzione degli indi Un impegnativo ritorno nei luoghi del martirio "Dovrà venire qualcosa di bellissimo per il Brasile" |
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I cappuccini nelle selve del MaranhaoNel Brasile
di fine secolo XVIII la foresta riservava ancora spazi, sempre più
ridotti, ai Nativi, già decimati dall'"invasione" europea,
con tutti i crimini connessi, mentre erano sempre più pressati
ad accettare la "civilizzazione" dei sedicenti "progrediti"
e niente affatto richiesti "scopritori". Là, nelle selve del Maranhao, i Cappuccini della Provincia di Milano avevano posto le basi di una Missione a Barra do Corda ("così chiamata per le colline che la circondano, e le formano una vera barriera al fiume Corda", scriveva P. Bartolomeo da Monza in "Massacro di Alto Alegre. Note storiche" pubblicato a Milano nel 1908; ma il significato corrente e corretto di "Barra" è chiusura, termine del Corda, poiché esso in quel punto confluisce nel Mearim), insieme di aldee - piccole borgate abitate da tribù indigene - che, dato il sufficiente numero di abitanti, nel 1855 venne riconosciuta come Città dal Governo brasiliano. "Prima del 1839 questa località era coperta da vergini selve entro le quali erravano sbandati, oggi in un luogo domani in altro, le tribù dei "Cannellas", dei "Matteiros" e dei "Guajajaras", scrive Bartolomeo da Monza, che continua: "La vita dei selvaggi era una vita la più brutale, abbandonata alla dissolutezza, alla crapula, alla più terribile voluttà; fatale prerogativa dell'umanità tralignata, che si abbassa ancora sotto il livello dei bruti che non hanno ragione. Essi vivevano in uno stato di antinatura che, in luogo di elevarsi, si abbassa sempre più nell'abbrutimento, suggello del peccato che non può essere cancellato che dalla mano di Dio per ministero dei Sacerdoti della sua santa religione". Questa descrizione cruda ed anche urtante la nostra sensibilità, ci permette in positivo di valutare il cammino percorso e soprattutto di cogliere la portata di quell'evento epocale che è stato il Concilio Ecumenico Vaticano II, già definito la più grande epifania dello Spirito Santo nel XX secolo. Più delicatamente e con maggior aderenza alla realtà ne aveva scritto, alle scaturigini della prima missione cappuccina maragnense, il suo confratello francese Ivo d'Evreux, giunto a Saint Louis con tre compagni il 6 agosto 1612: gli indi "sono bonaccioni e non sono maliziosi, credono in un Dio che chiamano 'Tupam' e nell'immortalità dell'anima". |
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