La realizzazione di un pozzo nel villaggio indios di Juruà in Brasile
“Frei, parli col Papa, siamo senz’acqua”
Circa un anno e mezzo fa, dopo l’inaugurazione della cappella di Creolizinho, confinante con la riserva degli indios Guarajajaras, un capo indio mi disse: “Padre venga da noi perché vogliamo la religione cattolica. ”Rimasi sorpreso e poco dopo visitai l’aldea (villaggio indio) di Juruà, situata in un’area abbastanza isolata. Getulio, il capo, mi accolse con grande allegria, in 30 anni di missione non mi era mai successo; varie volte gli indios hanno minacciato di uccidermi nei decenni passati, a causa del conflitto, sempre latente, coi coloni della parrocchia. Dopo l’accoglienza calorosa, il “cacique” mi disse: “Frei, parli col Papa, noi siamo senz’acqua: faccia un pozzo per noi!” Rimasi senza parole, un pozzo artesiano costa molto: bisogna scendere a circa 300 metri di profondità e non avevo soldi. Nell’ultimo viaggio in Italia ne parlai con alcuni amici che cominciarono a dare piccole offerte; presentai l’idea anche a mons. Serafino Spreafico, vescovo emerito di Grajaù, che prese a cuore il progetto e mise a disposizione 11.000 euro, ne mancavano ancora 5.000. Il segretariato delle missioni, nella persona fraterna e amica di padre Mauro, è intervenuto ed il progetto si è potuto realizzare. Ora gli indios hanno molta acqua! Il pozzo è profondo 283 metri ed è costato circa 22.000 euro; eroga 12.000 litri d’acqua l’ora ed è di ottima qualità. Quando la trivella ha raggiunta la vena, l’acqua è sgorgata violentemente dalle viscere della terra. Gli indios sono riconoscenti, quando visito l’aldea mi accolgono con amicizia; assieme al pozzo abbiamo costruito anche una chiesetta di venti metri per otto. Gli indios sono aperti e disponibili, ma abbiamo bisogno di una presenza cristiana nelle aldee, che partendo dal sociale porti l’annuncio cristiano: era il metodo dei nostri antichi missionari, il loro sogno. L’acqua viva che disseta l’anima è più importante dell’acqua dei pozzi. I nostri frati morirono per dare l’acqua viva ai fratelli più poveri; questo era l’ideale di vita, il sogno che li portò a sfidare la morte (I martiri di Alto Alegre del 1901), quasi per caso, dopo un secolo, rivivo questo sogno. Mi sento confuso, vorrei fare qualcosa, prego il Signore perché mandi operai in questo campo difficile e nonostante tutto, forse, promettente: siamo venuti per gli indios, per loro i nostri fratelli hanno sudato e sofferto, da 30 anni vivo in quest’area bagnata dal sudore dei nostri confratelli. Abbiamo una porta aperta per la pastorale indigena, forse l’ultima. È doveroso raccogliere la bandiera gloriosa dei nostri predecessori e tentare ancora una volta di portare l’annunzio ai più poveri.
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