Dalla mia esperienza ho capito che in missione devi lavorare molto su te stesso: sul tuo corpo, certo, ma soprattutto sulla tua mente e sulle tue emozioni, costantemente messe alla prova, se vuoi iniziare a vedere in profondità le cose meravigliose che avvengono qui, le cose meravigliose di questa terra, le cose meravigliose della nostra umanità.
Se si è forti, e se si hanno punti di riferimento e valori profondi, si regge: ci si destruttura e poi ci si ristruttura con un nuovo animo.
Ho condiviso tutto con la gente: ho mangiato il loro cibo, ho usato gli stessi mezzi con cui si spostano loro, ho percorso decine e decine di chilometri a piedi, insieme a loro, fermandomi a parlare, a discutere perché sono in tantissimi qui a parlare un discreto inglese, soffrendo con loro, ma soprattutto gioendo con loro.
Ed ora, dopo quasi cinque settimane passate in Etiopia, ne ho addosso le sembianze, la gestualità, gli odori di questa gente, e passo quasi inosservato (quasi, perché in effetti nero non lo sono ancora diventato).
E, aimè, mi ci sono innamorato di questo popolo: per l’accoglienza e simpatia degli uomini, per la straordinaria e meravigliosa innocenza dei bambini, per la bellezza delle donne, bellezza da regina di Saba (regina nata, appunto, in queste Terre, come scritto anche nella Bibbia e nel Corano); mi ci sono innamorato per la loro semplicità ancora intatta, per la loro grande genuinità, per il loro immenso calore che scalda, per la loro grande spiritualità che ti impregna. Tra qualche giorno rientrerò in Italia, e concluderò questa mia missione, vissuta senza alcun cedimento, vissuta un pò da temerario ed infaticabile: ho pianto, per la verità poche volte e sempre in privato, quasi a voler scaricare tutte le tensioni accumulate nelle giornate intensissime, ma soprattutto ho sorriso tantissimo, con risate d’amore e di gioia.
Gli ultimi giorni qui vorrei trascorrerli in silenzio, ad ammirare il cielo stellato, consolandomi, perché il cielo qui è lo stesso di quello che sta sopra a tutta la nostra umanità, in tutte le longitudini e latitudini del nostro Pianeta, ma soprattutto vorrei passare gli ultimi giorni in questo Paese, ad ascoltare ancora questa gente, questa Terra, e ad ascoltare me stesso.
Passerò a trovare il piccolo Yusef, che ormai mi accoglie come un papà, e so che sarà dura lasciarlo, e so che forse soffrirà per un nuovo abbandono, il mio;
come so che sarà dura lasciare tutte le straordinarie persone che vivono qui.
Prima di concludere, volevo però lanciarvi un ultimo grido dall’Etiopia: non un grido di dolore, di sofferenza o di rabbia, bensì un grido di gioia e di vita, perché proprio qui, in questa Terra, una delle più povere e martoriate del Pianeta, ogni giorno si rinnova qualcosa di più di un grido: si rinnova un inno alla vita, alla vita che quasi sempre qui, sconfigge le malattie e la povertà.
E si eleva un inno, immenso e straordinario, alla gioia: la gioia che sconfigge il dolore ed il male.
Se anche noi, riuscissimo ad ascoltare questo inno di vita e di gioia, ne son convinto, riusciremmo a renderci più forti e migliori come umanità.
Giuseppe Mantegazza


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