Ciao a tutti.
Non ci si abitua mai, non ci si può abituare, alla povertà di questi posti.
Mi sto abituando però al cibo, all’ altitudine (quasi 3000 mt) ed al clima, che in questo periodo è secco, anche se un pò freddo la sera (5 gradi, ma ovviamente non ci sono riscaldamenti).
Difficoltà superabili, e irrilevanti, rispetto a quello che si riceve.
Provo profondo amore per la gente di qui, e per questa Terra rossa, arsa dal sole.
Auguri di buon Natale dall’ Etiopia.
Giuseppe

Etiopia: l’origine e forse il futuro di tutti

di Giuseppe Luca Mantegazza

I primi bagliori dell’alba, che filtrano dal finestrino dell’aereo, illuminano occhi intontiti dalla notte insonne, passata scrutando il Mediterraneo prima, ed il deserto del Sahara poi – nel tentativo di avvistare qualche luce nell’oscurità- sulla rotta del volo Milano-Addis Abeba.
Tentativo fallito, nonostante l’assenza di nuvole della nottata: troppo scuro il mare e troppo fosco il deserto, troppo poche le tracce di luce umana là sotto.
Prima che l’aereo atterri nella capitale etiope,faccio ancor in tempo a vedere il sole, che alzandosi sull’orizzonte, scopre ed illumina terre che da oscure, in pochi minuti, diventano prima brulle, poi verdissime.
L’impatto con l’Africa è duro: a subirlo, per primi, sono gli occhi, assopiti dai colori grigi dell’inverno europeo, poi arriva tutto il resto: olfatto, sapori, sensazioni, emozioni.
Te ne accorgi subito, appena sbuchi fuori dalla porta dell’aereo, mentre percorri la scaletta che ti porta a terra: ti assale una luce intensa di un sole mattutino, ti assale il colore verdissimo degli eucalipti che sbucano da dietro l’aeroporto, e poi, soprattutto, ti assalgono odori fortissimi ed
indecifrabili: forse di piante tropicali, di spezie, di urina.
L’impatto con l’Africa è duro per chi, come me, arriva da un continente, che, confrontato a questo, pare scialbo, inodore, incolore.
Ma l’impatto più critico ce l’hai quando esci dall’aeroporto: decine, forse centinaia di bambini di strada, scalzi, vestiti di magliette sbrindellate e sudice, che chiedono elemosina.
Puoi esserci già stato qua, anche per molto tempo, ma chi nasce nei conforti “occidentali”, non può possedere categorie mentali per concepire quello che ti si mostra davanti: immaginatevi una città occidentale rasa al suolo da un terremoto , dove migliaia di persone vagano senza meta e senza
direzione, allucinati dalla fame, dalle malattie ed anche dal freddo notturno; già, perché, oltre a tutti i disagi di varia natura, bisogna fare i conti anche con l’altidudine, Addis Abeba è a 2500 mt, l’orfanotrofio di Asco, a stima, dovrebbe trovarsi sui 2700 mt.
Di giorno ti assale un sole equatoriale caldo e luminosissimo, mentre di notte ad assalirti è il freddo: la temperatura dai 25-26 gradi del primo pomeriggio, si abbassa di oltre 20 gradi, nella notte.
Una notte buissima, oscura, che ti assale rapidamente, come se qualcuno, improvvisamente, spegnesse l’interruttore della luce.
E, ad assalirmi, sono stati, ovviamente, anche i bimbi dell’orfanotrofio: appena mi hanno intravisto, mi si sono fiondati addosso, con il loro carico di pidocchi, pulci, e muco che esce dai loro nasi.

E mentre tutto qui ti assale, senti il lavoro e la fatica che il tuo corpo e la tua mente, stanno facendo: per ristrutturare il sistema immunitario e gli anticorpi.
Mentre camminavo per raggiungere questa baracca di terra e lamiere, che sarebbe una specie di internet point (la connessione lentissima, va e viene), da cui sto scrivendo, pensando al cielo luminosissimo di ieri sera (a Milano viviamo in un contesto di luce artificiale, ostentata, invasiva
che offusca il cielo, e spesso anche noi, mentre qui è l’esatto contrario: la terra è buia, il cielo luminosissimo), più volte sono stato rincorso e fermato da bimbi vestiti di stracci, sorridenti, che m’invitavano a giocare con loro, con un pallone sbrindellato, e da uomini e donne sorridenti (quest’ultime vestite di indumenti coloritissimi), che m’invitavano a bere un caffè. Non mi son fermato a giocare coi bimbi, e non sono nemmeno entrato in quei ripari di fango, cartone e lamiere (dove vivono centinaia di migliaia di persone) per bermi un caffè: ho solo risposto ai loro sorrisi, con altrettanti grandi sorrisi, che in loro procuravano sorrisi ancor più gioiosi.
Di primo impatto, vorresti davvero prendere il primo volo per tornare a casa: troppe difficoltà di tutti i generi per chi arriva da vite “comode” occidentali, è fuor di misura la miseria che affligge queste terre; poi, incrociando l’ennesima donna sorridente che teneva il proprio piccolo in fascia sulla schiena, come se quel contatto fisico continuo tra madre e bimbo, il muoversi insieme, avesse qualcosa di primordiale, mi è venuto in mente che forse l’Africa è donna: la donna che ha partorito tutti noi, una donna abusata, ferita, umiliata, sfruttata, ma ancora viva, profondamente viva e vitale, più vitale di qualsiasi altro continente.
Ho pensato che l’Africa è l’origine di tutto, e forse, anche il futuro di tutto.
Ho pensato che sono qui a condividere con queste sorelle e con questi fratelli, un destino comune.
Ed infine, ho pensato che forse, sono qui come testimone, un testimone non passivo, che ha la presunzione di ritenere che la sua piccolissima goccia nell’oceano, possa servire al futuro dell’Africa: perché, forse, se l’Africa ce la farà, ce la faremo anche tutti noi.

ps. ringrazio tutte le persone che mi permettono di essere qui, a vivere, credo profondamente, queste esperienze (in particolare mamma e papà, che lavorano silenziosamente, poi Fra Agostino Valsecchi, francescano responsabile del centro dei missionari cappuccini di Milano, ed Ermanno
Ripamonti, formatore Pime).