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ESPERIENZE DI CHI E' ANDATO IN MISSIONI

  •  Un coraggio senza fine

La dura lotta contro la piaga di Burulì in Costa d’Avorio

     “Decisi di andare laggiù – racconta il dottor Massimo Pasi – dopo che una sera, casualmente, assistetti alla proiezione di un filmato sulla Missione di Zouan-Hounien, in Costa d’Avorio, e sull’ospedale che stava nascendo per l’opera dei frati cappuccini. In particolare rimasi colpito dalle immagini di una malattia che non avevo mai sentito: l’ulcera di Burulì, un microbatterio che provoca la distruzione di vaste aree della pelle fino a raggiungere il muscolo e l’osso. La guarigione è dolorosa e spesso lascia le persone sfigurate”.

     Il Centro Anti-ulcera di Burulì, sorto accanto alla missione, è un vero e proprio ospedale, con 2 sale operatorie, 2 sale medicazioni, una palestra per la fisioterapia, un gabinetto dentistico, camere per bambini e per adulti, mensa, servizi igienici, luoghi di gioco e svago, una piccola scuola. Tutto questo è sorto dal nulla in pochi anni, grazie all’opera dei frati cappuccini – in particolare fra Marcantonio – ed all’aiuto di tanti volontari che sono andati là a tirare su i muri, a fare un impianto elettrico o idraulico, o, come il dottore, a “sistemare” le sale operatorie e ciò che gli ruota intorno. Ed ovviamente grazie agli aiuti economici giunti da tanta gente qui in Italia, ed anche da alcune Associazioni all’estero.

     Il dottor Pasi è una delle persone che hanno scelto di “mettere le gambe in spalla” e di recarsi in missione per assistere tutti questi sfortunati: “Da quando sono tornato la prima volta, non ho mai smesso di pensare a quelle sofferenze, a quella gente, a quando ritornare, a cosa potevo fare in Italia, a cosa serviva laggiù”.

     Lei che concretamente ha visto il lavoro dei missionari che cosa ci può dire? “ Il lavoro che ho visto fare nelle varie missioni della Costa d’Avorio è impressionante. Non si tratta solo di aiuto materiale, ma anche di sostegno psicologico, di educazione alimentare, igienica e sanitaria; del tentativo di sradicare le superstizioni; ed ovviamente anche di catechesi e di vita cristiana. Da alcuni mesi la Costa d’Avorio è sconvolta dalla guerra civile, migliaia di morti senza senso. La regione di Zouan-Hounien è tra quelle più colpite dalle violenze.

     I frati sono stati invitati ad andarsene dalla nostra ambasciata: non uno di loro ha abbandonato il suo posto, continuando ad aiutare i bisognosi”. Quale è stato il motivo che la anima e che l’ha fatta andare più volte là? “ Credo d’aver capito, con qualche decennio di ritardo, che i veri valori della vita non sono le cose materiali che a noi paiono ormai irrinunciabili. Per la prima volta ho visto gente sorridere tutti i giorni, malgrado gli mancasse anche il minimo necessario per sopravvivere; gente grata per l’aiuto dato dai missionari; persone disposte ad aiutarsi l’un l’altra, pur non avendo niente. E bambini giocare con nulla, dividersi una caramella in 3 o 4, cantare contenti di vivere. E gente ammalarsi e morire per malattie che da noi sono scomparse da decenni, per la mancanza di istruzione o di mezzi per curarsi. Da allora è cambiato il mio modo di vivere e di dare valore alle cose: sicuramente la gente di Zouan-Hounien mi ha dato molto di più di quanto io non abbia fatto per loro”.


dottor Massimo Pasi

  • Io che ho raggiunto la missione - Le riflessioni di un giovane ed entusiasta volontario

 

     Dopo 26 anni di vita, anni divisi e combattuti tra scuola, lavoro, sport, amici, parenti... decido di coronare il mio sogno di fare un’esperienza missionaria.

Il muro iniziale di dubbi e preoccupazioni crolla subito dietro ad una semplice e-mail che nel mio piccolo ho inviato al Centro Missionario dei Frati Cappuccini di Milano, ad “attendermi”, dall’altra parte della rete, il nuovo amico fra Renato, che mi invita ad intraprendere un percorso di preghiera, partecipando agli incontri mensili e a diversi momenti di preparazione con gli altri volontari come me.

     E in questa mia testimonianza sono anche il portavoce di tutti loro.

A mia insaputa, il mio sogno missionario ha presto un nome ed un cognome: Macapà - Belem (Brasile). Da solo, col mio Tau al collo e lo zaino sulle spalle, parto per questa piccola capitale brasiliana divisa a metà dall’Equatore, al centro del mondo inizierà la mia avventura; il mio bagaglio, compagno/fratello e fardello insieme, è pieno di domande alle quali dare risposte.

     Una sopra tutte: 20 giorni possono cambiare la vita ad una persona? Arrivato in aeroporto mi accoglie frei Ribamar, un piccolo uomo con un grande cuore, persona eccezionale, che mi ha accompagnato in tutte le esperienze di Macapà. Fin dal primo giorno ho deciso di condividere, coi fratelli del convento, sia i momenti di preghiera che quelli di lavoro, ed assieme mi hanno aiutato a capire, ad iniziare a dar risposte, a dare un senso ad ogni singolo gesto ed esperienza. Ho “toccato” la povertà, la malattia, la disperazione, la rassegnazione della “gente che ha bisogno non avendo niente”, ma ho anche abbracciato la determinazione, la forza dei missionari, che pur consapevoli di “svuotare il mare con un cucchiaino”, continuano imperterriti a lavorare ed accendere micce di pace, gioia, speranza e serenità in giro, dando ad “ogni singola goccia d’acqua” un’importanza ed un valore inestimabile! 

     Ho dato un volto ed una voce alle “fredde” favelas di latta e legno... bambini innocenti con grandi sorrisi bianchi su sfondi neri, famiglie violentate da una storia avversa che le ha obbligate a sopravvivere nel bisogno e nell’aiuto altrui, aiuti che spesso vengono dati solo da umili Fratelli che dal basso della loro ricca povertà si donano completamente al prossimo.

     La trasferta nella città di Belem, inizialmente, è stata sofferta e traumatizzante, lasciare tutto quel nuovo mondo che avevo appena scoperto per una nuova incognita mi spaventava molto... ma mi sbagliavo, mi sbagliavo completamente, perché i giorni trascorsi a Belem hanno completato tutto quello che stavo vivendo, regalandomi un finale inaspettato ed altamente emotivo.

Nel nuovo convento incontro frei Apollonio, il mio idolo! fratello-padre-zio-amico, che mi ha subito preso per mano: ho visitato il lebbrosario, gli ambulatori, l’asilo, tutto costruito nel nome di Frei Daniele da Samarate, lebbroso Servo di Dio, esempio di vita da seguire ed imitare sempre!

     In ogni posto ho lasciato un po’ di me, dedicando un piccolo spazio ad ogni volto, sguardo e sorriso che rimarranno indelebili per sempre nel mio cuore. Cuore che l’ultimo giorno, colmo di emozioni, ha rischiato di scoppiare di gioia. L’ultima sera frei Apollonio mi chiede se voglio accompagnarlo a celebrare la S. Messa, nella piccola cappelletta di legno all’interno del “Pantanal”.

    In una atmosfera surreale: buio, caldo, umidità, odore, fogne a cielo aperto, topi...  ci incamminiamo verso la chiesetta, quando dall’oscurità spunta un gruppo di “angioletti colorati”. I “miei” bambini della creche (asilo), che riconoscendoci, in lontananza, ci sono corsi incontro urlando: “C’è tio, c’è tio (c’è lo zio)!!!”, abbracciandoci e baciandoci.

     Ed in quel momento è come se tutto fosse chiarissimo, tutte le domande che rappresentavano il mio fardello iniziale, in un singolo istante hanno trovato risposte, tutto ha senso, il senso della vita.

     Arrivederci Brasile. Volevo dare, invece ho ricevuto. 20 giorni possono cambiare la vita ad una persona? Sì.

Matteo Circosta

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