Un interessante progetto portato avanti dal 2018 con i rifugiati siriani attraverso uno specifico programma per bambini e ragazzi che, a causa della guerra, hanno dovuto interrompere gli studi. I Frati Cappuccini sono sempre in prima linea. La Provincia dei Frati Minori Cappuccini di Lombardia e il suo Centro Missionario sostengono interventi che utilizzano il teatro sociale per potersi prendere cura di persone altamente traumatizzate proprio nei luoghi più difficili e nelle situazioni più terribili. Penso all’intervento con i bambini di strada in Albania, a quello nelle prigioni dell’Africa Subsahariana, all’intervento in Libia durante la guerra o in Tunisia per la formazione di operatori libici. Penso ancora al programma di riabilitazione e reinserimento dei bambini soldato svolto in Repubblica Democratica del Congo e potrei andare avanti a citare interventi e paesi (tra cui anche molti lavori nella stessa nostra Italia).
Molteplici inoltre le collaborazioni e i contatti sviluppati in questi anni di attività: International Organization for Migration (IOM), UNICEF, Red Cross Society (RCS), Jesuit Refugee Service (JRS), università la Sapienza di Roma, università Cattolica di Milano, Social Community Theatre Center, Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere (CNTiC), UNESCO e ultimamente l’Istituto di Pratiche Teatrali per la cura della persona di Torino. Vogliamo qui raccontarvi brevemente l’ultimo dei progetti realizzati: l’intervento di tre mesi in Libano durante l’estate con i rifugiati siriani. Questo progetto è nato dalla collaborazione con l’organizzazione Jesuit Refugee Service (JRS) già sopramenzionata. Proprio loro ci hanno chiesto di occuparci di un gruppo di adolescenti siriani che frequentano una delle loro scuole per rifugiati a Beirut. Evidente è l’importanza della scuola per questi ragazzi non solo per l’apprendimento accademico, ma ancora di più in quanto la scuola rappresenta il luogo più sicuro per i bambini per poter guarire dai traumi e allo stesso tempo essere protetti dai rischi di traffico, lavoro minorile e matrimoni forzati. Il nostro intervento si è sviluppato, come sempre, su due fronti: abbiamo infatti fatto formazione ad una operatrice locale al fine di farle acquisire competenze base di teatro sociale e in secondo luogo il lavoro diretto con gli adolescenti rifugiati. Non scendo nei dettagli del lavoro, tuttavia è importante dire che abbiamo lavorato su quattro macro aree: l’aggressività, la discriminazione, la speranza e l’autostima. Il progetto si è concluso con la produzione di un breve documentario dal titolo “Undhur ilay / see me / guardami” che vuole riconsegnare il processo di lavoro svolto e il cambiamento di questi giovani. Siamo particolarmente soddisfatti perché azioni trasformative come queste sono sempre molto complesse, ma quando vanno a buon fine operano cambiamenti non solo in coloro che partecipano all’attività, ma in modo sistemico anche alle comunità vicine e di origine. Questo produce cultura nel tessuto urbano e aiuta a recuperare speranza e fiducia nella vita segnata dalla guerra. Nel marzo 2019 abbiamo iniziato un tour italiano dove spieghiamo l’intervento e mostriamo il documentario al fine di sensibilizzare, raccogliere fondi e fare conoscere la realtà di questi rifugiati e del nostro lavoro missionario. L’evento che ha fatto da cornice a questo inizio tour è stato davvero d’eccezione: la cerimonia internazionale ufficiale della 57a Giornata mondiale del Teatro promossa dall’UNESCO presso la casa circondariale di Pesaro (PU) L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura ha esplicitato stima e conseguente volontà di collaborare con noi. Questo ci riempie di gioia, non solo per l’oggettivo bel risultato, ma soprattutto perché questo ci ha consentito di riproporre proprio all’UNESCO un Vangelo esigente e vivo, consentendoci di sollecitare i vertici dell’organizzazione a mettere al centro della loro mission la spiritualità e la fede in quanto strade maestre per realizzare la pace. In un mondo occidentale che sempre di più vuole tagliare fuori Dio dalla vita, essere ascoltati con interesse e stima diviene una nuova evangelizzazione per strutture culturali che reggono l’educazione, la scienza e la cultura in tutto il pianeta.
fra Stefano Luca