di GIAMBA LONGARI del Nuovo Torrazzo
Padre Innocenzo Pacchioni è un missionario dei Frati Minori Cappuccini, ricco – lo si percepisce parlando con lui – dell’autentico spirito francescano. Che è letizia e gioia, ma anche semplicità ed essenzialità, con un cuore aperto verso tutti.
Classe 1948, è originario della parrocchia dei Sabbioni. Ma molto presto ha lasciato la comunità e la nostra diocesi: appena dopo le elementari, infatti, ha seguito la chiamata del Signore ed è entrato nel Seminario Cappuccino di Albino, per poi proseguire gli studi a Varese e a Lovere dove, ascoltando le testimonianze e i racconti avvincenti e appassionati di altri padri, ha maturato la vocazione missionaria. Completato il percorso di Teologia, nel 1974 è stato ordinato sacerdote e, l’anno seguente, è partito per la missione.
“Subito sono andato in Brasile – ci racconta padre Innocenzo, che la sua gente chiama frei Inocéncio – e da allora, pur con alcuni spostamenti, sono sempre rimasto al Nord-Est, nello Stato del Maranhão, in zona amazzonica. Quella dei Cappuccini qui è una presenza forte: a partire da fine ’800 i missionari sono arrivati per avanzare fin nei luoghi più sconosciuti, dove hanno operato per l’evangelizzazione degli Indios costruendo pure scuole e centri di formazione. Un’opera che ha conosciuto anche la persecuzione, ma che non ha impedito di fondare parrocchie un po’ ovunque. Da quell’esperienza pionieristica parte il cammino che noi proseguiamo oggi, con un’attività missionaria ben strutturata”.
Padre Innocenzo è stato in diverse realtà parrocchiali, dove ha sempre visitato le numerose comunità per le celebrazioni e per la formazione delle Comunità di Base: spostamenti spesso faticosi, lungo strade dissestate e su lunghe distanze, tra l’altro ostacolati nei primi mesi dell’anno dalla stagione delle piogge. Come maestro dei novizi ha poi curato la formazione del clero locale: le vocazioni sono buone e la presenza dei Cappuccini molto significativa.
“Nel 2006 – riprende il missionario sabbionese – sono stato trasferito a Igarapé Grande, dove mi trovo tuttora. La parrocchia comprende due Comuni, distanziati tra loro di 12 km: Igarapé (dove risiedo) e Bernardo. Come parroco seguo 27 comunità, dislocate su un territorio poco più grande della diocesi di Crema, per un totale di circa 18.000 abitanti. Vivo da solo: soltanto una volta a settimana raggiungo altri frati a 35 km di distanza, per vivere e condividere un momento di ‘fraternità francescana’. La mia attività consiste nel visitare periodicamente le 27 comunità che formano le parrocchie di Igarapé e Bernardo: celebro la Messa, amministro i Sacramenti e coordino il lavoro pastorale che i catechisti e i responsabili laici portano avanti. Fino a qualche anno fa l’incontro quindicinale o mensile era l’unica occasione per un contatto con le persone: oggi, con l’avvento della tecnologia, ci sentiamo più spesso grazie, ad esempio, alla creazione di gruppi WhatsApp che agevolano l’attività di coordinamento, ma anche di scambio di informazioni e opinioni. Ogni comunità, poi, ha le sue strutture e gruppi organizzati che si occupano di catechesi, di famiglie, di giovani, di animazione, di liturgia…”. Un bell’esempio di Chiesa vissuta e partecipata.
Su un territorio molto vasto ed esteso, caratterizzato da paesaggi molto belli, la situazione sociale non è tra le più rosee. Racconta padre Innocenzo: “Ci sono i grandi fazenderos che possiedono grossi appezzamenti di terra per le coltivazioni e gli allevamenti, mentre la maggior parte della gente ha dei piccoli pezzi di terreno: chi ha questa fortuna vive dignitosamente, gli altri – soprattutto i giovani – si spostano al Sud in cerca di lavoro. Poi ci sono insegnanti e qualche commerciante, delle fabbrichette che saltuariamente offrono un pochino di occupazione”.
In questa zona del Brasile la vera “ricchezza dei poveri” è rappresentata dalle estese coltivazioni di palme che producono il Cocco Babassù, dal quale si ricava l’omonimo olio molto ricercato nella cosmesi per le sue virtù sia per la pelle sia per i capelli. “I brasiliani – precisa padre Innocenzo – spezzano questo cocco per estrarvi la ‘noce’, che è ciò che conta, avendo così la possibilità di guadagnare qualcosa. Anche il guscio, però, non va assolutamente sprecato e viene venduto: lo utilizzano come carbone o per i forni dove si realizzano i mattoni. Di fatto il Babassù è l’oro di questa gente”.
In un contesto dunque di precarietà, la parrocchia aiuta coloro che, non avendo lavoro o essendo in uno stato di particolare necessità, non hanno nulla da mangiare. E non sono pochi. “Per questa povera gente raccogliamo alimenti all’offertorio delle Messe – fa sapere il nostro missionario – e confezioniamo in tal modo dei pacchi dono. Ma forniamo pure le medicine, che scarseggiano. Chi può risponde bene, dimostrando generosità e senso di condivisione”.
A proposito di salute: anche a Igarapé Grande è arrivato il Covid, pur senza i drammatici effetti vissuti da noi. “Nel 2020 – rileva padre Innocenzo – il virus ha fatto un po’ paura e causato alcuni morti, persone prevalentemente già portatrici di altre patologie. Abbiamo fatto un po’ di lockdown e il Governo ha fornito mascherine e igienizzanti. Adesso pare ci sia un ritorno del Covid, ma in modo contenuto. Il Coronavirus ha colpito pesantemente le grosse città del Brasile dove è fortissima la densità di popolazione, ma nei piccoli centri come il nostro, dove la gente è poca e più sparpagliata, si diffonde con minore aggressività”.
Dopo questo periodo di rientro in Italia per il riposo programmato, padre Innocenzo ripartirà il 10 agosto prossimo: le comunità di Igarapé Grande e di Bernardo aspettano il loro frei Inocéncio, per continuare insieme nel cammino di fede e di condivisione.