Avere coraggio, farsi coraggio… non è una dote innata, tipica degli eroi, per la quale si è “senza macchia e senza paura”.
Ha a che fare con il cuore, il coraggio; significa mettersi in gioco, con tutto se stessi, in vista di un “di più” da raggiungere; anche di fronte all’incertezza e alle avversità, anche se ciò richiederà una certa dose di sacrificio, o potrebbe portare a conseguenze importanti.
Il coraggio non è mancanza di paura; non è sciocca avventatezza nell’affrontare i pericoli. Chi ha coraggio sa fare i conti con la propria paura, con ciò che la genera; la sa guardare in faccia… magari, sì, con un pizzico di incoscienza, almeno all’inizio; ma di certo facendolo con tutto il cuore.
È l’esperienza del popolo d’Israele davanti al Mar Rosso: alle sue spalle il minaccioso esercito egiziano; di fronte un mare vasto e insuperabile, fonte di grande timore e di morte certa. Eppure Mosè dice di attraversare quel mare, perché Dio è con loro. D’altronde, come dice il salmo 27, “se il Signore è la mia salvezza, di cosa potrò avere paura?”.
Infatti, il mare si apre in due e il popolo lo attraversa all’asciutto. Secondo un commento rabbinico, però, ciò non avviene quando il bastone di Mosè tocca l’acqua, ma quando il primo israelita – un certo Nachshòn- vi mette il piede.
Il coraggio è uscire dalla paralisi della paura; è l’arte di fare il primo passo.