Il Venerdì Santo è dedicato alla memoria della Passione di Cristo.
La liturgia del pomeriggio è scarna – inizia e termina in silenzio – e non prevede la Celebrazione Eucaristica, quasi a suscitare nel credente la fame di Dio, significata anche dal digiuno richiesto agli adulti sotto i 60 anni.
Non si tratta però di un rito funebre, ma di un tempo di contemplazione dell’amore di Dio per l’uomo, testimoniato da Cristo fino alla fine (i paramenti non sono viola, come per i funerali, ma rossi, come per le feste dei martiri). Il racconto giovanneo della Passione del Signore mette in luce proprio il gesto estremo di Gesù per mostrare “l’amore più grande”, quello che si spezza, quello che si mette a servizio della nostra umanità ferita, quello che dà la vita per noi, suoi amici. Ciò che ci ottiene la salvezza non è il dolore che Gesù ha provato, ma l’amore che in esso si esprime. E il Signore emerge nel racconto non come vittima di una serie di circostanze sfortunate o della cattiveria degli uomini, ma come attore protagonista che assume su di sé il male del mondo e lo redime: è lui il centro della narrazione, lui agisce, lui muore e nella sua morte manifesta la gloria di chi è Figlio di Dio.
Se il protagonista è lui, noi che dobbiamo fare? La nostra parte, in questo mistero di amore e di salvezza, ce la insegna Maria: anche noi siamo chiamati a stare davanti a questa croce, nel silenzio, a contemplare l’amore che si dona, a guardare quanto seriamente ci ama Dio.
La lunga e articolata “preghiera universale” rappresenta e la sollecitudine di Gesù che affida al Padre la sua Chiesa e l’umanità intera e chiede a noi di coinvolgerci in tale profonda intercessione.
Il momento dell’adorazione della croce, infine, mette ciascun fedele nella condizione di riconoscere in questa morte la nostra salvezza e nel patibolo della croce il trono della grazia.