• Che segno ti hanno lasciato gli incontri in missione?
Tutto il periodo è stato segnato dalla parola “incontro”: incontro con persone poco conosciute che sono partite con me, incontro con una realtà nuova e differente dal mio quotidiano, incontro con persone che hanno scelto una forma di donazione totale di sé e di totale servizio agli altri (le nostre splendide suore Clarisse Cappuccine, le suore Camilliane, i frati Cappuccini e i preti) l’incontro con le persone del Bénin soprattutto i bambini. Noi facciamo tanti incontri che spesso non lasciano il segno; qui invece ogni incontro, ogni faccia, ogni realtà è diventata relazione cioè è diventato un pezzettino di me, che mi aiuta a guardare ciò che ho davanti ora, con occhi diversi e più consapevoli dell’amore che il Signore sta mostrando a me, al mio cammino personale. Inoltre anche il rapporto con i miei giovani migranti, che sapevano dove ero e mi scrivevano, è diventato più profondo, perché loro si sentono ancora più accolti in quanto io ho dato tempo ma soprattutto cuore alle realtà da cui provengono e nello stesso tempo io non riesco più a guardarli senza avere negli occhi ciò che ho incontrato in Benin: in sintesi da incontro a relazione vera.
• Fraternità e condivisione hanno creato in te delle fatiche durante il periodo? Sei riuscita a trasformarle in dono?
Eravamo un gruppo di 8 persone, con un divario notevole di età, differenze caratteriali (chi più estroverso chi più riservato) e quindi la convivenza avrebbe potuto non essere semplice. In realtà, grazie soprattutto a chi ha più esperienza di missione e aveva ben chiara la radice del suo essere lì, non ci sono state particolari fatiche. Per me anzi le nostre differenze sono state l’occasione per guardare di più chi avevo vicino e cogliere in loro aspetti belli. Le suore ci hanno detto che si vedeva che eravamo un gruppo unito: questo è stato come un miracolo, cioè il segno che il Signore era presente e che ha “usato” ognuno di noi per ciò che era e la bellezza che poteva portare.
• Racconta un episodio che ti ha riempito il cuore
Raccontare un solo episodio è difficilissimo perciò ne cito solo due:
il primo è stata la condivisione comune con le suore di parole, disegni, immagini, oggetti ecc che per ognuno di noi parlasse dell’esperienza fatta, perché mi sono sentita tra sorelle e grata per la grande strada in cui il Signore ci ha messo.
Il secondo non è un episodio ma un susseguirsi di episodi con la stessa caratteristica; sono sempre rimasta profondamente commossa dallo sguardo di fiducia, di spalancamento degli occhi dei bambini, dalla loro capacità di godere dell’attimo presente, dalle loro mani che prendevano le nostre, dal loro farsi prendere in braccio e coccolare da alcuni di noi che non avevano mai visto e che non sapevano neppure se avrebbero mai rivisto. Mi è venuta tante volte in mente la frase di Gesù “Lasciate che i bambini vengano a me”.
• Racconta l’emozione più forte che hai vissuto in missione.
La prima è stata un’emozione durata 3 settimane: la possibilità di iniziare la mattina con la messa e la sera di fare l’adorazione eucaristica è stato importantissimo, perché era come fondare la giornata nella radice della mia vita e poi la sera riconsegnare tutto in mano Sua.
La seconda è stato il gesto di 2 bambini l’ultimo giorno. Io non avevo assolutamente pensato di fare un’adozione a distanza (ne ho già due in Palestina e RDC), ma vedere tutti questi bambini mi ha “ferito” il cuore ed in particolare ce ne sono stati due, che è come se mi fossero stati buttati davanti agli occhi in modo specifico e ho preso questo come un segno. Negli ultimissimi giorni è stato detto ad Armel e Richard della mia decisione di aiutarli e l’ultimo giorno, quando a sorpresa sono arrivati tutti per donarci un momento di festa e di saluto, loro due mi sono corsi incontro e mi hanno abbracciata. Ho proprio pensato che, alla fine, il valore più grande di questa esperienza, al di là delle mie incapacità, sia stato proprio la possibilità di dare un raggio di speranza e di aiuto concreto a loro due. Quindi non una decisione a priori, ma un seguire ciò che lo Spirito suggeriva.


