Con la morte di Papa Francesco avvertiamo la perdita di un padre, di un fratello, di un testimone del Vangelo vissuto con semplicità e coraggio. Il Papa venuto “dalla fine del mondo” ha scelto un nome che è stato tutto un programma: Francesco, come il povero d’Assisi. Un nome che ha sempre parlato di pace, di fraternità, di amore per i piccoli e per gli scartati.
È stato un Papa missionario, non solo per le sue parole, ma per la forza profetica dei suoi gesti. Dal viaggio a Lampedusa, con il grido contro l’indifferenza, fino agli abbracci ai malati e ai poveri nelle periferie del mondo, ha fatto della sua vita un pellegrinaggio verso gli ultimi. Ha ricordato alla Chiesa che l’annuncio del Vangelo nasce dall’incontro, dalla misericordia, dal servizio.
Con Evangelii Gaudium ha aperto una stagione nuova, una Chiesa “in uscita”, che non teme di sporcarsi le mani, che preferisce “essere incidentata piuttosto che ammalata per la chiusura”. Ha parlato ai giovani, ha ascoltato i popoli dimenticati, ha dato voce ai migranti, ha pianto per la guerra. In tutto ha cercato il volto di Cristo nei fratelli più piccoli.
Come Missionari Cappuccini l’abbiamo da subito sentito quanto mai vicino, nella sua scelta di minorità, nella sua predilezione per i poveri, nel suo amore per la creazione. Ha incarnato lo spirito francescano in modo autentico, lasciandoci un’eredità viva: tornare all’essenziale, scegliere il Vangelo, stare accanto agli ultimi, ai poveri che sono il volto della Chiesa. Ricordiamo come Papa Francesco abbia voluto indicare fra le diverse forme per lucrare l’indulgenza plenaria in quest’anno giubilare l’aiuto concreto ai poveri.
Ora che ha raggiunto la Casa del Padre preghiamo per lui e con lui. La sua testimonianza resti una luce sempre accesa sul cammino missionario della Chiesa, perché il Vangelo continui a farsi carne nelle periferie del mondo e ci renda sempre più autentici pellegrini di speranza.