“Ci sono luoghi in cui la vita, per un attimo, smette di correre e invece di scappare… ascolta.
Quando un giovane entra in convento – per la Messa della domenica, per l’invito di un amico o semplicemente per un bisogno di silenzio – spesso resta. Resta perché scopre che qui non si viene per fuggire dal mondo, ma per respirarlo meglio. È quello che accade a Varese – città di confine e di passaggi –, dove ogni settimana una piccola comunità di ragazzi si ritrova per condividere la vita, la fede e le domande che abitano il cuore.
Il gruppo non è un’attività tra le altre: è una piccola famiglia in cammino in blue jeans. Durante l’anno viviamo anche diversi ritiri spirituali, legati ai tempi forti come Avvento e Quaresima, o semplicemente a momenti in cui c’è bisogno di fermarsi e rimettere ordine dentro. Vi convergono giovani da Milano, Novara e da altre città. Sono giornate di silenzio, di Eucaristia, di vita semplice. E ogni volta mi sorprende la sete che i giovani portano nel cuore: non vogliono bere teorie, ma gustare la vita di testimoni; non cercano risposte già pronte, ma compagni di viaggio con cui confrontarsi.
Una delle richieste più frequenti che arriva dai giovani è proprio quella di poter parlare, di fare un colloquio personale, faccia a faccia. C’è bisogno di qualcuno a cui consegnare ciò che appesantisce il cuore, di uno spazio sicuro dove poter mettere nome alle proprie paure e ai propri desideri.
L’accompagnamento spirituale è questo: non un consiglio veloce, ma un cammino condiviso. Mi piace pensarlo come un viaggio in macchina: chi accompagna non è il navigatore che indica la direzione, ma il passeggero che viaggia accanto. L’autista resta sempre il giovane stesso: è lui che guida, che sente le buche della strada, che decide quando fermarsi o ripartire. L’accompagnatore non prende il volante, ma aiuta a leggere la mappa, a capire se la strada percorsa porta avanti o gira in tondo. È un ascolto reciproco: il rumore del motore, il paesaggio che cambia, i silenzi tra una curva e l’altra. E a volte, nel mezzo del viaggio, ci si accorge che non è poi così importante arrivare in fretta, ma imparare a riconoscere Chi è seduto accanto.
Papa Francesco, nel Sinodo dei Giovani, lo ha espresso bene: «I giovani desiderano essere ascoltati, non giudicati, accompagnati». È questo, credo, il cuore del nostro servizio: mostrare un volto di Dio che si può toccare, anche nell’era digitale.
Il dramma più grande dei giovani di oggi — e forse di tutti noi — è la confusione. Viviamo immersi in una realtà complessa, che continua ad aggiungere filtri alla verità di se stessa. Ci siamo abituati al “fake”: non solo quello delle notizie e delle immagini, ma anche quello delle emozioni. Sentimenti travestiti da esperienze autentiche, parole che sembrano vicine e invece non toccano, relazioni che promettono presenza e lasciano vuoti.
Eppure, se Dio crea parlando, vuol dire che ricrea nello stesso modo: con una Parola. È attraverso la voce che Dio guarisce il mondo, e il Verbo incarnato — Gesù — è questa Parola vivente che salva, rialza e rimette in circolo la vita. Ma la stessa dinamica che salva può anche ingannare, perché anche il male parla — e lo fa con parole. La tentazione comincia sempre da un suono creduto male, da una voce — interna o esterna — che ci convince del falso. E quella parola, una volta accolta, diventa una lente deformata attraverso cui leggiamo tutto il resto.
Il male non ci toglie l’udito: lo devia. La differenza, allora, non è tra chi ascolta e chi non ascolta — perché tutti ascoltiamo — ma tra chi ascolta bene e chi ascolta male. Il vero dramma del discernimento non è il silenzio, quando non sentiamo nulla, ma la confusione nel riconoscere ciò che ci giunge come bene per noi. Abbiamo bisogno che il nostro ascolto venga guarito, purificato, redento: che diventi un orecchio capace di distinguere la voce che salva da quella che smarrisce, di filtrare e custodire le parole che conducono alla vita.
Nel mio percorso ho imparato che la fede nasce quasi sempre da una parola concreta, talvolta anche ruvida, ma vera: una parola che ti restituisce la verità di te stesso. E se quella parola è accompagnata da uno sguardo di misericordia, allora ti senti accolto così come sei — anche con le ciabatte e la vestaglia. È un’esperienza che passa attraverso i sensi: uno sguardo che ti raggiunge, una parola che scalda, una presenza che diventa casa. È così che Dio si fa vicino — non in astratto, ma nella carne viva di relazioni buone. È lì che il Vangelo profuma di vita, e ti lascia addosso il buon odore dell’incontro.
A volte, quando guardo questi ragazzi riuniti per una catechesi o seduti insieme a cena, penso che anche per me la storia è iniziata proprio così: con un incontro che ha cambiato tutto.
Nel 2009, durante un pellegrinaggio a Medjugorje, ho sentito che il Signore mi offriva la possibilità di un nuovo inizio, attraverso le storie di conversione che ascoltavo da giovani come me.
Allora vivevo a Milano e lavoravo nel mondo della comunicazione e della pubblicità: un ambiente pieno di energia e creatività, ma anche di dispersione. Lì, inaspettatamente, ho scoperto che la vera bellezza non è quella che si vende con uno spot, che spinge sempre a cercare altro per colmare una mancanza, ma quella che si trova oltre le cose che hai sotto gli occhi ogni giorno.
Quel momento ha tracciato una rotta. Dopo un lungo cammino di formazione tra i Frati Minori Cappuccini, iniziato in età già piuttosto adulta, ho completato il baccalaureato in Teologia in Inghilterra (luglio 2023) e sono stato ordinato sacerdote l’8 giugno 2024 in Duomo di Milano, per l’imposizione delle mani dell’arcivescovo Mario Delpini.
Ora che da circa tre anni vivo questo ministero tra i giovani, sento che tutto il mio percorso trova un senso più profondo.
Camminare con loro è come tenere viva una piccola missione nel cuore del Nord Italia: un francescanesimo urbano che si gioca nei corridoi con gli studenti dell’università, negli orari impossibili di chi lavora in ospedale, nella stanchezza di chi si sente solo. È la stessa missione che i nostri fratelli portano avanti all’estero — anche se in contesti culturali diversi: un unico Spirito che costruisce fraternità e speranza.
A volte basta poco — una preghiera serale, una parola vera, anche quattro chiacchiere davanti a una fetta di pizza — perché un ragazzo ritrovi quel pizzico di fiducia per rimettersi in moto.
È allora che capisco che ogni incontro è terreno di missione, e che il Vangelo continua a farsi carne in ogni storia che osa lasciarsi toccare.”
fra Antonio Ratti