In uno dei suoi Sermoni liturgici, S.Agostino, rivolgendosi ai suoi fedeli, dichiara:
“So che non è una cosa nuova che vi insegno, ma vi ricordo una cosa nota perché non vi passi di mente. Come infatti la celebrazione stessa, tornando ogni anno, non ha lo scopo di farci conoscere qualcosa d’insolito, ma di non far cancellare con la dimenticanza quanto già conosciamo“. (S. 223F 1).
In queste parole è centrale il concetto di ‘memoria’ che Agostino pone alla base d’ogni celebrazione. La ‘memoria’ rende presente il passato. Per il tramite della Scrittura, mediatrice del mistero, il passato diviene ‘oggi’ e noi sperimentiamo come attuale l’annuncio di salvezza dell’Incarnazione.
Il senso della festa cristiana sta perciò nel farci recuperare la contemporaneità con l’evento che si celebra, eppure non da spettatori indifferenti, ma da protagonisti coinvolti in prima persona. Insomma la celebrazione del Natale non ha il solo scopo di farci ricordare quanto è avvenuto; non è un rivedere nella fede. È qualcosa di più: è un ri-vedere per scegliere; un essere presente per modificare, per migliorare. La festa cristiana dunque trasferisce nell’’oggi’ un evento del passato, ce lo rende presente perché questa presenza trasformi la
nostra vita. V’è perciò un legame inscindibile tra culto cristiano e vita e ogni festa della Chiesa costituisce, o perlomeno dovrebbe costituire, un ‘momento decisionale’. Un culto che non ha rispondenza, che non ha riverberi nella vita è un culto pagano.
Il Natale è dunque festa. Ma cos’è la festa? È un attualizzare per godere e per scegliere. E come si arriva alla scelta? Con atteggiamenti particolari di spirito e con dei gesti concreti.
La festa cristiana, allora, non si improvvisa. Non è questione di pochi momenti liturgici. Essa si prepara con la vita, si nutre di vita e si traduce in vita.
La nascita di Cristo uomo, a mio avviso ci sollecita, ci stimola ad una maggiore attenzione per l’uomo che ci vive accanto, per la sua realtà, per i suoi bisogni. Il Natale ci invita insomma alla fedeltà all’uomo per il quale Dio ha scelto d’essere uomo. Come prepararci allora al Natale di Cristo uomo? Anzitutto riconoscendo la realtà dell’altro e quindi uscendo da quell’individualismo che porta a guardare soltanto a noi stessi, e poi attraverso la pratica d’una giustizia che non consiste nel dare all’altro ciò che strettamente gli spetta, ma ciò di cui ha bisogno. Nessuno ha diritto al nostro sorriso, nessuno ha diritto a un nostro gesto d’amicizia, nessuno ha diritto a un segno di cortesia, eppure quanti si aspettano da noi questo tipo di giustizia cristiana?
Paolo nella lettera ai Filippesi aggiunge qualcosa di più quando collega la affabilità alla venuta del Signore: “la vostra affabilità – dice – sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino”(Fil 4). Propriamente questa affabilità o epieikeia come la chiama Paolo, è l’indulgenza, la dolcezza, la mitezza. Anche attraverso questo atteggiamento si prepara la venuta del Signore e, forse, guardandoci dentro possiamo trovare nella nostra vita degli spazi privi di questa virtù o persone alle quali la nostra affabilità non arriva. Eppure questa virtù è vera se abbraccia tutti, se tutti comprende, se nessuno esclude. Vivere il Natale nei fatti: ecco la sollecitazione. Preparare il natale con un’accresciuta attenzione all’uomo perché nel celebrare il mistero del Dio fatto uomo noi ci sentiamo e siamo più vicini ad ogni uomo.
mons. Luigi Padovese
vescovo cappuccino dell’Anatolia
ucciso in Turchia il 3 giugno 2010