La variante brasiliana del Covid sta mietendo vittime nella comunità degli indios dell’Amazzonia: i positivi sarebbero almeno 10mila su una popolazione di 25-27mila, e tra i morti nell’ultimo mese ci sarebbero almeno 10 bimbi. Colpa di un contesto unico: ma anche di una variante presente anche in Italia. Alla quale va prestata enorme attenzione
È notizia — o meglio conferma — di queste ore che una comunità di indios amazzonici al confine tra Brasile e Venezuela, gli Yanomami, sta pagando a Covid-19 un tributo allarmante.
Il numero di contagiati sta crescendo in modo incontrollato, anche per l’incidenza, molto probabilmente, della variante «brasiliana» del virus esplosa nella vicina Manaus, capitale dello Stato di Amazonas: i positivi «emersi» sono 1600, ma l’antropologa Ana Maria Machado parla di almeno 10.000 su una popolazione di 25-27.000 (che pure, tra le comunità indigene residue, è la più consistente).
Ma colpisce, su tutto, l’età delle vittime, con 10 bambini morti in poco più di un mese, a conferma di un trend tragico: dei 32 morti «ufficiali» registrati dall’inizio della pandemia.
È una sequenza che si può leggere come l’ultima stazione di un’odissea millenaria, iniziata con lo shock epidemico della «scoperta delle Americhe».
Lo shock epidemico nel «Nuovo Mondo»
Com’è noto, l’impatto del Vecchio sul Nuovo Mondo, tra XVI e XVII secolo, si traduce, per le popolazioni amerinde, in un olocausto, in cui lo «scambio transoceanico» di patogeni incide molto più dello sterminio operato dagli invasori. Quello scambio, infatti, è a tutti gli effetti unidirezionale: a eccezione — forse — della sifilide, gli europei non importano alcun patogeno, mentre i «nativi americani» — che nel loro isolamento immunitario di 15.000 anni hanno elaborato una convivenza soprattutto con protozoi e vermi parassiti, poco o nulla con batteri o virus — devono affrontare per la prima volta, tra gli altri, quelli di influenza, vaiolo e morbillo.
Lo shock demografico del primo secolo di «scoperte geografiche» — sommando morti epidemiche e non e estendendo il dato dalle Americhe alle isole del Pacifico — corrisponde a una perdita di decine di milioni di «nativi».
Significativi alcuni dati specifici, ovviamente «cumulativi», tra morti epidemiche e massacri perpetrati dagli invasori: già nel 1548 nell’isola di Hispaniola (quella su cui attracca Colombo) restano solo 500 nativi del milione originario; 20 anni dopo, gli indigeni messicani (Maya e Aztechi in primis) sono passati — per effetto soprattutto del vaiolo — da 25 a 3 milioni; e nel 1553 la popolazione incaica sulle Ande è crollata da 8 milioni a uno soltanto.
Meno note — e meno studiate — sono le sequenze di quell’impatto più a sud, a partire dalle regioni del futuro Brasile, dove l’innesco è costituito dall’arrivo di navi portoghesi e francesi (poi olandesi) a contendersi il pernambuco o pau brasil, l’albero la cui resina rossa viene usata per le tinture dei tessuti occidentali. Si calcola infatti che a metà del ‘500 circa 300 imbarcazioni abbiano raggiunto le coste «brasiliane» con 10.000 europei a bordo. Un dato che spiega le ecatombi di indigeni negli anni e nei decenni a seguire, come quella (1549-54) dei Tupinambas, stanziati soprattutto a Ilhéus (Stato di Bahia) e sterminati dalle complicazioni polmonari del raffreddore, da loro ricondotto — secondo schema già visto in Mesoamerica — all’azione di divinità punitive; o quella (1555-62) di tanti indigeni (intorno al 50%) lungo la costa, colpiti dal vaiolo o da altri patogeni (pertosse, influenza, forme di dissenteria) diffusi nel contesto della guerra franco-portoghese, con l’esercito del Governatore Mem de Sá che mescola lusitani e indigeni; o quella, ancora (1597) che colpisce gli abitanti dei territori Paraiba, uccisi dal vaiolo — in proporzione di 10 su 12 — durante gli scontri per il controllo di quelle aree.