Nel 1980 veniva assassinato Mons. Oscar A. Romero, Arcivescovo di San Salvador; nell’anniversario si ricordano anche tutti i missionari che sono morti nel mondo al servizio del Vangelo e dell’annuncio di Cristo. L’iniziativa, nata nel 1993 ad opera del Movimento Giovanile Missionario delle Pontificie Opere Missionarie italiane, si è estesa ormai a diversi altri Paesi. Sull’impulso del Grande Giubileo dell’Anno 2000, oggi sono molte le diocesi e gli istituti religiosi che dedicano un momento dell’anno a ricordare i propri missionari martiri.
Nell’anno 2020, secondo le informazioni raccolte dall’Agenzia Fides, sono stati uccisi nel mondo 20 missionari: 8 sacerdoti, 1 religioso, 3 religiose, 2 seminaristi, 6 laici. Secondo la ripartizione continentale, quest’anno il numero più elevato torna a registrarsi in America, dove sono stati uccisi 5 sacerdoti e 3 laici (Nicaragua, Argentina, El Salvador, Brasile e Venezuela). Segue l’Africa, dove sono stati uccisi 1 sacerdote, 3 religiose, 1 seminarista, 2 laici (Nigeria, Sudafrica, Burkina Faso, Gabon e Zambia). In Asia sono stati uccisi 1 sacerdote, 1 seminarista e 1 laico (Filippine e Indonesia). In Europa 1 sacerdote e 1 religioso entrambi in Italia.
Negli ultimi 20 anni, dal 2000 al 2020, sono stati uccisi nel mondo 535 operatori pastorali, di cui 5 Vescovi. L’elenco annuale di Fides ormai da tempo non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto, ma cerca di registrare tutti i battezzati impegnati nella vita della Chiesa morti in modo violento, non espressamente “in odio alla fede”. Anche nel 2020 molti operatori pastorali sono stati uccisi durante tentativi di rapina o di furto, compiuti anche con ferocia, oppure sono stati oggetto di sequestro, o ancora si sono trovati coinvolti in sparatorie o atti di violenza nei contesti in cui operavano, contraddistinti da povertà economica e culturale, degrado morale e ambientale, dove la violenza e la sopraffazione sono regole di comportamento, nella totale mancanza di rispetto per la vita e per ogni diritto umano. Nessuno di loro ha compiuto imprese o azioni eclatanti, ma ha semplicemente condiviso la stessa vita quotidiana della maggior parte della popolazione, portando la sua testimonianza evangelica come segno di speranza cristiana.
Ricordando all’udienza generale del 2 dicembre scorso il quarantesimo anniversario della morte di quattro missionarie del Nord America, uccise in El Salvador, dove furono rapite, violentate e assassinate da un gruppo di paramilitari, Papa Francesco ha detto: “Prestavano il loro servizio a El Salvador nel contesto della guerra civile. Con impegno evangelico e correndo grandi rischi portavano cibo e medicinali agli sfollati e aiutavano le famiglie più povere. Queste donne vissero la loro fede con grande generosità. Sono un esempio per tutti a diventare fedeli discepoli missionari”.
È questa la chiave di lettura con cui possono essere considerate le vicende terrene dei missionari uccisi: parroci che condividevano tutto quello che avevano con la gente affidata alle loro cure, colpiti da malviventi disperati alla ricerca di chissà quale tesoro nascosto in chiesa, oppure vittime di una delle persone emarginate cui dedicavano ogni giorno della loro vita; religiose impegnate nell’educazione delle giovani generazioni, aggredite mentre erano intente al loro ufficio o che non hanno esitato a mettere a rischio la loro vita pur di salvare i ragazzi loro affidati; o ancora i giovani, addirittura bambine, che condividevano l’impegno cristiano con entusiasmo e convinzione, in situazioni di cieca violenza che non tengono conto dell’età; catechisti laici impegnati ad essere operatori di pace e testimoni della fede tra le comunità disperse nelle zone più impervie.
Un cenno a parte merita la luminosa testimonianza del seminarista diciottenne rapito in Nigeria, dove la mancanza di sicurezza e i sequestri sono all’ordine del giorno, che è stato ucciso perché, secondo il suo assassino, “continuava a predicare il Vangelo di Gesù Cristo” ai suoi rapitori.
Tutti costoro hanno vissuto prestando il loro servizio con generosità e dedizione, silenziosamente, senza guardare a rischi e tantomeno agli orari “di lavoro”, pur di aiutare quanti avevano bisogno: siano veramente “un esempio per tutti a diventare fedeli discepoli missionari”.
All’elenco redatto annualmente da Fides se ne deve aggiungere un altro, molto più lungo, che comprende operatori pastorali o semplici cattolici aggrediti, malmenati, derubati, minacciati, sequestrati, uccisi, come anche quello delle strutture cattoliche a servizio dell’intera popolazione, assalite, vandalizzate o saccheggiate.
Di molti di questi avvenimenti forse non si avrà mai notizia, ma è certo che in ogni angolo del pianeta tanti ancora oggi soffrono e pagano con la vita la loro fede in Gesù Cristo.